Napoli ieri sera era una città spaccata in due. Da una parte il blu delle maglie, delle bandiere, dei fumogeni, delle sciarpe, di una folla che sul lungomare ha scelto di celebrare il Napoli e il suo centenario. I cori, i fuochi d’artificio, il rumore della festa. Una Napoli che quando c’è da celebrare la propria squadra non conosce mezze misure e che, nel calcio, ritrova una delle forme più potenti della propria identità collettiva.
Dall’altra parte, però, c’era una Napoli che poche ore prima aveva avuto paura. Nei Campi Flegrei la terra aveva tremato forte. Magnitudo 4.7. Una scossa che non è stata soltanto un numero registrato dagli strumenti, ma porte che si sono aperte di colpo, persone scese in strada, case controllate, crolli, danni, feriti e soprattutto quella sensazione terribile che accompagna ogni terremoto: non sapere se sia davvero finita.
E mentre una parte della città cercava di ritrovare un po’ di normalità, un’altra continuava a guardare il soffitto, le pareti, i balconi, aspettando la prossima scossa. È questo il doppio volto di Napoli che forse ieri sera abbiamo visto più chiaramente che mai. Una città capace di festeggiare anche quando intorno c’è paura. Una città che reagisce alle difficoltà con una vitalità straordinaria, ma che proprio per questo, qualche volta, rischia di non accorgersi abbastanza di chi quella stessa vitalità non riesce a condividerla.
Non vanno messi sul banco degli imputati i tifosi del Napoli. Sarebbe semplicistico e, soprattutto, ingiusto. Avevano organizzato la loro festa, aspettavano da tempo questo appuntamento e avevano tutto il diritto di vivere la propria passione. Ma il diritto di festeggiare non cancella il diritto di chiedersi se, in quella particolare sera, fosse davvero opportuno farlo in quel modo. Perché non era una sera qualunque. Non era una sera come tante. Era la sera di un terremoto che aveva colpito proprio il territorio che da anni convive con la paura dei Campi Flegrei.
E allora forse sarebbe bastato fermarsi un attimo. Non annullare la passione, non rinnegare il Napoli, non cancellare il centenario. Semplicemente rimandare. Perché cento anni di storia non cambiano se una festa viene spostata di qualche ora. Ma per chi quella notte ha dormito fuori casa, ha visto la propria abitazione danneggiata o ha avuto paura che potesse crollare, quelle ore potevano significare moltissimo.E forse, proprio perché quella festa non era un appuntamento ufficiale della società ma un’iniziativa del tifo organizzato, ci sarebbe stato ancora più spazio per una scelta di responsabilità.
Napoli sa fare festa come poche altre città. Ma Napoli dovrebbe sapere anche quando è il momento di smettere di fare rumore. Ieri sera c’era chi cantava per il Napoli e chi tremava per la terra. C’era chi accendeva fuochi d’artificio e chi avrebbe voluto soltanto che la terra smettesse di muoversi.
Nessuno deve decidere quale delle due Napoli sia quella autentica. Lo sono entrambe. Ma forse, proprio nel giorno in cui si celebra un secolo di appartenenza e di amore per questi colori, ci si poteva ricordare che appartenere a una città significa anche saperne ascoltare la paura.
I tifosi avevano il diritto di festeggiare. Ma forse ieri sera avevano anche l’occasione di dimostrare che essere Napoli significa, qualche volta, saper rinunciare a una festa per stare dalla parte di chi non ha nulla da festeggiare.














