C’è un filo sottile che lega trasformazione digitale, qualità della vita e futuro delle città. A Napoli, quel filo è diventato il centro di un dibattito concreto: come cambierà il lavoro – e con esso la società – nei prossimi anni?
È da questa domanda che ha preso forma il convegno “Smart Working e Futuro delle Organizzazioni”, ospitato nella Sala della Loggia del Maschio Angioino e promosso dalla Fondazione Valenzi ETS. Un incontro che ha riunito dirigenti pubblici, esperti e rappresentanti istituzionali per riflettere su un modello organizzativo ormai uscito dalla fase emergenziale per diventare terreno strategico di innovazione.
A fare da punto di partenza, il volume “In difesa dello Smart Working” di Giuseppe Conte, che propone una visione chiara: il lavoro agile non è un semplice benefit, ma uno strumento di governance capace di ridefinire il rapporto tra persone e organizzazioni.
Oltre la flessibilità: lo smart working come leva territoriale
Nel corso del confronto è emersa una lettura meno scontata del lavoro da remoto. Non solo conciliazione tra vita privata e professionale, ma anche opportunità di riequilibrio territoriale. Secondo il dirigente pubblico Roberto Bafundi, lo smart working può contribuire a contrastare lo spopolamento delle aree interne, offrendo ai giovani alternative concrete alla migrazione verso le grandi città. L’idea è quella di creare reti di coworking nei piccoli comuni, capaci di coniugare lavoro a distanza e comunità.
Demografia, genere e nuovi equilibri sociali
Il tema si intreccia inevitabilmente con quello demografico. Maria Giovanna De Vivo ha sottolineato come il lavoro agile possa incidere anche sulle scelte familiari, in un contesto segnato da un calo delle nascite sempre più preoccupante. Ma la questione non è solo economica: serve un cambiamento culturale nella distribuzione dei ruoli genitoriali. In questo senso, lo smart working diventa uno strumento potenziale per ridurre il divario di genere, migliorare il benessere e rendere le organizzazioni più attrattive, soprattutto per le nuove generazioni.
Il nodo dell’intelligenza artificiale
Se lo smart working ridisegna tempi e spazi, l’intelligenza artificiale ne ridefinisce il significato. Durante il convegno è emersa una posizione netta: il rischio non è tanto la sostituzione del lavoro umano, quanto la perdita del suo valore critico.
L’errore, è stato osservato, è attribuire alle macchine capacità che non possiedono. L’AI non comprende: elabora. Per questo il ruolo umano diventa ancora più centrale, soprattutto nella capacità di formulare le domande giuste. Una sfida che chiama in causa leadership, competenze e responsabilità.
Non è casuale che il confronto si sia svolto proprio a Napoli. Come ha evidenziato lo stesso Giuseppe Conte, la città rappresenta una sintesi potente tra tradizione istituzionale e bisogno di innovazione.
Parlare qui di smart working significa parlare di sviluppo, di pubblica amministrazione, di futuro del Mezzogiorno. Significa immaginare modelli organizzativi capaci di adattarsi ai contesti, senza inseguire soluzioni standard.
Il messaggio che emerge dal convegno è chiaro: non esiste un unico modello di lavoro agile. Esistono invece strategie costruite su misura, che richiedono fiducia, responsabilità e una cultura orientata ai risultati.
Senza una visione, lo smart working rischia di trasformarsi in isolamento. Con una leadership consapevole, invece, può diventare uno strumento per ridurre l’assenteismo, attrarre talenti e rendere le organizzazioni più resilienti.
Il dibattito finale ha confermato la centralità del tema nell’agenda pubblica. E ha lasciato un’indicazione precisa: il futuro del lavoro non è solo tecnologico. È, prima di tutto, umano.




Il nodo dell’intelligenza artificiale












