Le dimissioni di Gabriele Gravina dalla presidenza della Figc e, subito dopo, quelle di Gianluigi Buffon da capo delegazione ed a seguire quelle di Rino Gattuso da allenatore della Nazionale, sono il primo effetto concreto di questo terremoto. Ma sarebbe un errore fermarsi ai nomi. Il punto, oggi, è capire se il calcio italiano abbia davvero intenzione di intervenire sulle cause, non soltanto sui simboli della crisi.
Gabriele Gravina lascia dopo anni di governo federale cominciati nell’ottobre 2018, in una fase già segnata dalla mancata partecipazione al Mondiale di Russia. In mezzo c’è stato il trionfo europeo del 2021, che aveva dato l’illusione di una ricostruzione compiuta, ma anche il secondo fallimento nel percorso verso Qatar 2022 e ora il terzo stop consecutivo sulla strada del Mondiale USA 2026.
Tre esclusioni di fila, per una Nazionale come l’Italia, non sono una parentesi storta. Sono un indicatore strutturale. E infatti il passo indietro del presidente federale è maturato dentro una pressione crescente, politica, mediatica e interna al sistema calcio, fino alla convocazione dell’assemblea elettiva del 22 giugno a Roma.
Anche la decisione di Buffon pesa, e pesa parecchio. Perché non riguarda solo un dirigente, ma una figura che negli ultimi anni aveva rappresentato, almeno sul piano simbolico, un ponte tra la storia della Nazionale e il presente. Le sue parole, quando ha spiegato di aver sentito il bisogno di dimettersi “dal profondo”, raccontano bene il clima emotivo che si respira attorno all’azzurro. Ed è proprio questo il punto: qui non siamo più davanti a una normale crisi tecnica, ma a una frattura identitaria. Quando una Nazionale perde continuità, competitività e persino credibilità, il problema non è più limitato alla panchina o alla federazione. È sistemico.
Adesso si apre la partita della successione. I nomi che circolano sono quelli di Giovanni Malagò, Giancarlo Abete, Matteo Marani e, più defilato, Demetrio Albertini. Sullo sfondo restano le suggestioni che fanno presa sull’immaginario collettivo, da Roberto Baggio a Paolo Maldini fino ad Alessandro Del Piero. Nomi forti, affascinanti, capaci di evocare competenza, autorevolezza e rottura con il passato.
Però sarebbe ingenuo pensare che basti una figura carismatica per rimettere in asse il sistema. La storia recente dice il contrario. Lo dimostra proprio il precedente di Baggio, che tra il 2010 e il 2013 aveva elaborato un programma molto ampio di riforma del calcio italiano, rimasto però sostanzialmente inascoltato. Le idee, da sole, non bastano. Servono volontà politica, coesione istituzionale e capacità di sostenere il cambiamento quando smette di essere uno slogan e diventa conflitto.
Poi c’è il tema del nuovo commissario tecnico. Tra i profili evocati compaiono Conte, Mancini, Inzaghi e Allegri. Tutti allenatori di alto profilo, tutti con un peso specifico evidente. Ma sarebbe comodo immaginare che la soluzione sia tutta lì. Un grande ct può alzare il livello, dare organizzazione, mentalità, magari persino restituire credibilità internazionale. Non può però risolvere da solo le storture che il calcio italiano si trascina da anni. Impianti obsoleti, vivai non sempre all’altezza, frammentazione decisionale, difficoltà nel valorizzare davvero i giovani italiani, calendari saturi e una governance spesso più attenta agli equilibri interni che a una visione industriale del movimento. Sono problemi noti, discussi da tempo, eppure mai affrontati con la radicalità necessaria.
Ecco perché questa crisi, per quanto dolorosa, può ancora essere utile. A patto però di non trasformarla nell’ennesima operazione cosmetica del nostro calcio, che cambia facce e lessico ma evita accuratamente di toccare i nodi veri. Il fallimento sportivo, certo, è enorme. Ma lo è altrettanto il rischio di sprecare un’altra occasione di riflessione seria. Personalmente è questo che trovo più difficile da accettare. Perdere può capitare, anche alle grandi. Continuare a non capire perché si perde, invece, è il segnale più allarmante di tutti.














