La destra radicale sta prostituendo il cristianesimo, trasformandolo in un’ideologia identitaria, un’arma da usare contro gli altri e un pretesto politico. Si tratta di una evidente adulterazione del Vangelo e della dottrina cristiana, che sta dando vita a una nuova eresia del XXI secolo, negli Stati Uniti, in Spagna e in diversi altri paesi del mondo.
Il cristianesimo politico portato avanti dalla corrente sovranista mondiale non nasce dal “Sermone della Montagna”, ma dai laboratori del risentimento culturale. Si presenta come «difesa delle radici cristiane», ma in realtà riduce la fede a bandiera, a confine ed a muro. Invece di «beati i poveri», proclama «beati i ricchi, i forti, gli armati, coloro che espellono il diverso».
Negli Stati Uniti il trumpismo cristiano ha consacrato la figura del «presidente provvidenziale» che difende l’«America cristiana» contro immigrati, femministe e minoranze, avallando al contempo la cultura delle armi e della guerra, la supremazia bianca e un’agenda economica ipercapitalista.
In Spagna, ma anche in Italia, l’area conservatrice invoca Dio, la patria e la «cristianità» per giustificare politiche di odio contro migranti, donne, persone LGBTI e qualsiasi dissidente, mettendo Cristo sul banco degli imputati della guerra culturale.
Questo cristianesimo adulterato si fonda su una falsa teologia che parte dal completo rifiuto del Concilio Vaticano II. L’aggiornamento viene demonizzato come un «tradimento», vengono rifiutati la libertà religiosa, il dialogo ecumenico, la difesa dei diritti umani e, ovviamente, l’opzione preferenziale per i poveri. Il sogno è quello di una Chiesa fatta di trono e altare, di croce e spada, omogenea, disciplinata, più vicina al nazional cattolicesimo che al Vangelo.
A ciò si aggiunge una perversa interpretazione dell’antica teoria delle due spade: il potere spirituale e il potere temporale dovrebbero andare di pari passo, con uno Stato forte, punitivo e «cristiano» che imponga con la forza un ordine morale e culturale.
Nella visione del mondo della destra estrema cattolica la croce si fonde con la spada, il pulpito con la legge sull’immigrazione e la liturgia con il discorso dell’odio. Il risultato è una sorta di Cristo-Cesare: un Cristo armato, identitario ed escludente, completamente estraneo al Cristo crocifisso che muore tra i ladroni e apre le porte del paradiso a Disma, il ladrone pentito.
Su questo «humus» teologico si innesta un’escatologia distorta: l’idea che la storia stia marciando verso l’imminente arrivo dell’Anticristo e verso una grande Apocalisse che purificherà il mondo. Lungi dall’ispirare conversione, misericordia e responsabilità, questa visione diventa una scusa per il disastro: «tanto tutto sta per esplodere, quindi acceleriamo l’esplosione».
È quello che, Fernando Vidal, definisce come accelerazionismo, nel suo recente articolo su «Vida Nueva»: «In sostanza, è un’ideologia che mira ad accelerare – attraverso l’ipercapitalismo, l’imposizione del potere violento nel mondo e l’invasione massiccia delle tecnologie – quella che viene considerata un’inesorabile catastrofe planetaria, che porterà a una drastica selezione darwiniana degli esseri umani, dopo la quale verrà imposta una civiltà dittatoriale governata dall’élite dei tecno-magnati». Questa logica apocalittica, mascherata da linguaggio cristiano, legittima la distruzione ambientale, l’estrema disuguaglianza e la violenza geopolitica: peggio è, meglio è; più crisi ci sono, più vicino è il «trionfo finale» degli «eletti».
La teologia della prosperità è un altro dei pilastri «teologici» che alimentano questa nuova eresia del movimento nazional conservatore del XXI secolo. Non trae origine dal Vangelo, ma dal mercato: trasforma la fede in investimento, Dio in una compagnia di assicurazioni e la benedizione divina in sinonimo di successo economico.
Secondo questa falsa teologia, chi crede veramente, obbedisce all’«unto» di turno e semina (cioè dona) denaro. Così facendo, sarà ricompensato da Dio con ricchezza, salute e successo. La povertà non è più un luogo teologico – «beati i poveri» – e diventa un segno di mancanza di fede, di peccato o di maledizione personale.
Questa logica si sposa alla perfezione con l’iper capitalismo e l’agenda neoliberista di gran parte della destra identitaria cristiana, negli Stati Uniti e nel mondo ispanico: viene canonizzato il successo imprenditoriale, viene sacralizzata la figura del milionario «eletto» e vengono colpevolizzate le vittime dell’ingiustizia strutturale.
Dominionismo (teologia del dominio): questa corrente sostiene che i cristiani hanno il mandato divino di assumere il controllo delle istituzioni sociali, politiche e culturali (governo, educazione, media) per imporre leggi basate sulla loro interpretazione biblica prima della parusia o del ritorno di Gesù.
Nazionalismo cristiano: identifica la nazione (in particolare, gli Stati Uniti) come la patria eletta da Dio, equiparando il patriottismo alla pietà religiosa. Di conseguenza, sostiene la supremazia assoluta della legge di Dio sulla società.
Fondamentalismo biblico: interpretano alla lettera le Scritture e, di conseguenza, rifiutano i cambiamenti sociali moderni, come i diritti LGBTQ+ o il femminismo, visti come segni dell’«apocalisse».
Crociata contro il secolarismo: la cultura secolare, il marxismo culturale e il progressismo sono percepiti come minacce esistenziali o sataniche che devono essere combattute in una «battaglia culturale» aperta, continua e implacabile.
Tutti questi elementi costituiscono una nuova eresia che, in pratica, nega la centralità delle Beatitudini e sostituisce la misericordia con la forza. Inoltre, svuota la croce del suo contenuto redentore, trasformandola in un simbolo di identità tribale.
Inoltre, giustifica la violenza strutturale (economica, razziale, patriarcale) come strumento «divino» per imporre un presunto ordine cristiano; infrange l’universalità della salvezza e riafferma la logica dei «puri» contro gli «scartati», dei «buoni» contro i «cattivi».
Nel nome di Cristo viene benedetto l’opposto di Cristo.
Nel nome del Vangelo vengono calpestati i poveri, i migranti, le donne, le vittime della storia, tutti coloro che Egli ha chiamato suoi «preferiti». E qui sta la gravità: non si tratta semplicemente di una deviazione politica, ma di una prostituzione spirituale della fede.
E le Chiese? Dove sono le Chiese, le conferenze episcopali, i pastori, quando la destra radicale sequestra il nome di Dio? Sebbene alcuni vescovi si esprimano apertamente (come Cupich e MacElroy negli Stati Uniti o Planellas e Cobo in Spagna), la stragrande maggioranza dei prelati rimane in silenzio, si lascia utilizzare o stringe accordi, per timore di perdere potere o influenza. Oppure si rifugia in un falso «neutralismo» che, in pratica, lascia campo libero alla colonizzazione del cristianesimo da parte dell’area conservatrice.
Se la Chiesa non denuncia chiaramente questa eresia, se non separa esplicitamente il Cristo del Vangelo dagli idoli dell’estrema destra, ne diventa complice. E la fede dei semplici, di coloro che recitano il «Padre Nostro» e aiutano il vicino in silenzio, continuerà a essere sequestrata da chi ha trasformato Gesù in un logo in più della propria campagna politica e della conquista del potere.



















