Il Libro dell’Anno Treccani 2025 funziona esattamente così, non come un semplice riepilogo, ma come una radiografia linguistica del presente. Una lastra che mette in evidenza fratture, tensioni, ossessioni e improvvise accelerazioni culturali. Sfogliarlo significa osservare come abbiamo provato a dare un nome a ciò che stava accadendo, mentre accadeva.
C’è un punto, sempre più evidente, in cui il vocabolario smette di essere descrittivo e diventa dichiarativo. Molti neologismi del 2025 non si limitano a spiegare il mondo, lo prendono di petto. Pensiamo alle parole nate nell’alveo della politica internazionale e del conflitto. Non sono etichette neutre ma marcatori identitari.
In questi casi il linguaggio funziona come una scorciatoia cognitiva. Riduce la complessità e la trasforma in appartenenza. Una parola basta a posizionarsi, a segnalare da che parte si sta. Nei media digitali questo meccanismo è amplificato: prima entra nei titoli, poi nelle discussioni social, infine nel parlato quotidiano. È una dinamica che osservo spesso e che rende il lessico uno strumento tanto di polarizzazione quanto di comprensione.
Se la politica produce parole che dividono, la cronaca genera termini che colpiscono allo stomaco. Espressioni come “droga degli zombie” sono costruzioni giornalistiche potenti, volutamente evocative. Non spiegano in senso stretto, ma producono immagini mentali fortissime. Ed è proprio questo il loro punto di forza comunicativo.
Lo stesso vale per parole che descrivono fenomeni sociali e urbani, dove il linguaggio diventa una lente che ingrandisce il disagio, spesso semplificandolo. È un rischio, certo, ma anche una necessità perché senza parole condivise, certi fenomeni resterebbero muti.
In mezzo a questo rumore, però, spiccano anche termini più silenziosi. “Tornanza”, ad esempio, è una parola antica riportata in superficie per raccontare un desiderio contemporaneo: il bisogno di tornare, di rallentare, di ricucire un legame con l’origine. In un panorama lessicale spesso aggressivo, è una nota fuori spartito che merita attenzione.
Il capitolo tecnologico è forse quello in cui il linguaggio mostra più chiaramente le sue difficoltà. L’intelligenza artificiale ha imposto concetti nuovi ad una velocità che il vocabolario fatica a inseguire. Da qui nascono definizioni che cercano di rendere comprensibile l’opaco.
“L’allucinazione dell’intelligenza artificiale” è un esempio emblematico. La definizione è tecnicamente corretta, ma semanticamente inquietante. Attribuire alla macchina un errore che richiama l’esperienza umana è un modo per addomesticare la tecnologia, ma anche per esprimere una paura latente. Lo stesso accade con termini come “nudificazione” o “broligarchia”, parole che non nascono per caso ma per difesa. Dare un nome significa circoscrivere, e circoscrivere significa tentare di controllare.
Sottovalutare la cultura pop sarebbe un errore grossolano. Molti neologismi che oggi consideriamo leggeri sono in realtà potentissimi vettori linguistici. Nascono in contesti apparentemente marginali, come lo spettacolo o lo sport, e si diffondono con una velocità impressionante.
Lo sport, in particolare, è una fabbrica di linguaggio. Termini che emergono dal commento informale, dal bar o dal live tweeting, finiscono per sedimentarsi nel discorso pubblico. Quando una parola funziona, perché è intuitiva, sintetica e condivisibile, il salto verso l’uso giornalistico è breve. In questi casi il dizionario non insegue la moda. Registra ciò che è già entrato nell’uso ed è una distinzione fondamentale.
Un equivoco ricorrente è pensare che i neologismi siano, per definizione, effimeri. In realtà la selezione lessicale segue criteri molto più rigidi di quanto si immagini. Una parola entra nell’uso quotidiano perché colma un vuoto semantico, perché viene utilizzata in contesti diversi, perché supera la prova della persistenza.
In questo senso il lavoro di osservazione linguistica non fotografa l’hype, ma il consolidamento. Molti termini del 2025 continueranno a circolare perché rispondono a esigenze comunicative reali. E quando una parola serve, difficilmente scompare.
Qui entra in gioco una responsabilità spesso sottovalutata. Le testate online non si limitano a diffondere parole, le legittimano. Ogni titolo, ogni occhiello, ogni notifica push contribuisce a normalizzare un termine.
Il linguaggio giornalistico è un acceleratore semantico. Trasforma un’espressione in consuetudine. Ed è per questo che il rapporto tra media e neologismi non è mai neutro, ma profondamente strutturale.
Alla fine, ciò che emerge con chiarezza è una verità semplice: le parole sono archivi emotivi. Conservano tracce di ciò che siamo stati, anche quando preferiremmo dimenticarlo. Possiamo discuterle, rifiutarle, persino combatterle. Ma intanto continuano a fare il loro lavoro.
Raccontano il presente mentre accade. E forse è proprio questo, oggi, il loro compito più onesto.
Neologismi presenti nel testo
Droga degli zombie: il Fentanyl è un potente oppioide sintetico, 50 volte più potente dell’eroina, il cui abuso può avere conseguenze letali.
Tornanza: l’azione, il fatto di ritornare nel luogo d’origine, di solito un paese o un piccolo centro urbano, per mettere a frutto le conoscenze e le esperienze acquisite altrove, in particolare all’estero.
L’allucinazione dell’intelligenza artificiale: informazione errata prodotta da un sistema di intelligenza artificiale, non corrispondente alla realtà o incoerente rispetto ai dati forniti.
Nudificazione: la creazione abusiva e illegale, prevalentemente a fini di lucro, di falsi nudi, perlopiù femminili, generati attraverso applicazioni che, sfruttando l’Intelligenza artificiale, permettono di modificare immagini private o presenti in Rete.
Broligarchia: la ristretta cerchia di uomini ricchissimi e potenti, rappresentanti delle grandi aziende nell’àmbito delle tecnologie più avanzate, competitive e innovative, che condizionano o mirano a condizionare gli orientamenti politici e le scelte dei governi.















