HomeCucinando e MangiandoLa storia della Nutella, il barattolo che ha raccontato l’Italia al mondo

La storia della Nutella, il barattolo che ha raccontato l’Italia al mondo

Ci sono prodotti destinati a essere consumati e dimenticati. Altri, invece, finiscono per entrare nell’immaginario collettivo. Si, parliamo proprio della Nutella.

Dalle nocciole piemontesi a un’intuizione geniale
Non è soltanto una crema spalmabile. È una merenda dopo la scuola, una fetta di pane tagliata male ma mangiata con soddisfazione, un cucchiaino infilato di nascosto nel barattolo quando nessuno guarda. È difficile trovare qualcuno che, almeno una volta, non abbia affondato il cucchiaino direttamente nel barattolo di questa deliziosa crema.

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La sua vicenda, però, non nasce in un laboratorio moderno né da una brillante riunione aziendale. Parte molto prima, tra le colline piemontesi, dove la nocciola non era un ingrediente qualunque, ma una risorsa concreta, disponibile, quasi provvidenziale.

All’inizio dell’Ottocento, con il blocco continentale imposto da Napoleone, il cacao diventò raro e costoso. I cioccolatieri torinesi, che con il cacao ci lavoravano e ci campavano, dovettero trovare una soluzione. E la soluzione era lì, sotto gli occhi di tutti: le nocciole delle Langhe.

Mescolare cacao e nocciole non fu solo un espediente per risparmiare. Fu una piccola rivoluzione del gusto. Da quella tradizione dolciaria piemontese sarebbe nato il gianduia e, da quel patrimonio artigianale, molti anni dopo, avrebbe preso forma una delle storie industriali più note d’Italia.

Il nome da tenere a mente è Pietro Ferrero.
Pietro era un pasticcere, ma sarebbe riduttivo liquidarlo così. Era un uomo creativo, tenace e straordinariamente determinato, uno di quegli imprenditori capaci di trasformare ogni insuccesso in un nuovo punto di partenza.

Dopo alcuni tentativi imprenditoriali non fortunati, arrivò ad Alba, dove la famiglia Ferrero iniziò a costruire qualcosa di più solido. Erano anni difficili. La guerra aveva lasciato fame, scarsità, incertezza. Il cacao costava troppo, lo zucchero non era sempre disponibile e le famiglie avevano bisogno di alimenti economici, nutrienti, capaci di dare energia.

Pietro capì una cosa semplice e proprio per questo potente: il dolce non doveva essere un privilegio. Doveva diventare accessibile. Fo così che nacque il Giandujot, un impasto compatto di nocciole, zucchero e poco cacao, venduto in panetti da tagliare a fette e mettere sul pane. Non era ancora la Nutella, certo, ma il suo antenato diretto, un prodotto ruvido, concreto, figlio del dopoguerra.

Ci piace pensare a quel panetto come ad una risposta italiana alla difficoltà. Non c’era abbastanza cacao? Bene, si usavano le nocciole. Non c’erano grandi mezzi? Si inventava con quello che c’era. In fondo, molta parte del nostro Paese si è rimessa in piedi proprio così.

Il 14 maggio 1946 nacque ufficialmente la ditta individuale P. Ferrero. Da quel momento il piccolo laboratorio iniziò a trasformarsi in un’impresa vera. Ad Alba, la Ferrero non rappresentò soltanto un posto di lavoro. In un territorio segnato dalla fatica contadina e dalle ferite della guerra, quella fabbrica divenne un pezzo della comunità.

Lo si capì bene nel 1948, quando un’alluvione devastò il Piemonte e colpì anche lo stabilimento. Gli operai tornarono al lavoro tra fango e macerie, rimettendo in piedi la produzione in tempi rapidissimi. Non era retorica aziendale, era appartenenza ed è un dettaglio importante, perché le imprese che durano non si costruiscono solo con i prodotti. Si costruiscono anche con relazioni, fiducia, rispetto reciproco.

Fu anche grazie a quello spirito che Ferrero consolidò un modello industriale fondato sul rapporto tra impresa e territorio, un elemento che avrebbe accompagnato a lungo la crescita dell’azienda.

Intanto Pietro continuava a sperimentare. Voleva rendere quel panetto più morbido, più facile da spalmare, più vicino alle abitudini quotidiane delle famiglie. Nel 1949, complice anche il caldo che rese più morbide alcune scorte di prodotto, l’intuizione prese una nuova direzione. Se il Giandujot poteva sciogliersi, allora forse poteva essere ripensato come crema.

Nacque così la Supercrema, una preparazione più spalmabile, più pratica, più moderna. Fu un successo enorme negli anni Cinquanta. Costava meno del cioccolato tradizionale, rendeva speciale una fetta di pane e parlava ad un’Italia che aveva voglia di ricostruire, lavorare e crescere.

La Supercrema veniva venduta anche in bicchieri di vetro riutilizzabili, una scelta che contribuì alla sua diffusione nelle famiglie italiane e anticipò, in qualche modo, il concetto moderno di riuso degli imballaggi.

Poi arrivò il dolore. Pietro Ferrero morì improvvisamente nel 1949, stroncato da un infarto. A raccogliere il testimone furono la moglie Piera, figura concreta e decisiva, il fratello Giovanni e soprattutto il figlio Michele Ferrero.

Michele era diverso dal padre, ma ne ereditò la tensione creativa. Timido, riservato, poco incline alla ribalta, aveva però una qualità rarissima: sapeva osservare. Osservava le persone, le famiglie, i gesti quotidiani. E da quelle osservazioni tirava fuori prodotti.

Non inventava per stupire. Inventava per essere scelto.

Nutella la prima colazione del mattino
Nutella la prima colazione del mattino

All’inizio degli anni Sessanta la Supercrema doveva cambiare nome. In Italia si discuteva una normativa che limitava l’uso dei superlativi nei nomi dei prodotti alimentari. Quel “Super” diventava un problema.

Michele Ferrero comprese che non bastava trovare un nuovo nome. Serviva una parola semplice, internazionale, memorizzabile, capace di funzionare in lingue diverse e di suonare familiare. Nel 1964 arrivò l’intuizione: “nut”, dall’inglese nocciola, ed “ella”, suffisso morbido, italiano, quasi affettuoso. Nutella.

Il 20 aprile 1964 uscì dallo stabilimento di Alba il primo barattolo. Vetro trasparente, tappo dorato, identità riconoscibile. Da lì in avanti il prodotto cominciò a correre. Nel 1965 arrivò in Germania, nel 1966 in Francia, poi progressivamente in molti altri Paesi. Non era più soltanto una crema italiana.

Stava diventando un linguaggio comune. La scelta di un nome facilmente pronunciabile in numerose lingue si rivelò decisiva per l’espansione internazionale del marchio e contribuì a trasformare Nutella in uno dei simboli più riconoscibili del Made in Italy alimentare.

Uno degli aspetti più interessanti del pensiero di Michele Ferrero riguarda la famosa “signora Valeria”. Per lui la signora Valeria era la consumatrice reale: la madre, la zia, la nonna, la persona che ogni giorno entra in negozio e decide cosa comprare per la famiglia. Non una statistica, e nemmeno una quota di mercato, ma la persona che ogni giorno decide cosa mettere nel carrello della spesa.

Questa idea spiega molto del successo Ferrero. La Nutella non veniva pensata soltanto in termini di gusto, ma di fiducia. Doveva piacere, certo, ma doveva anche rassicurare. Doveva essere sempre uguale, sempre buona, sempre all’altezza delle aspettative.

E qui sta la parte meno romantica ma più importante: dietro la dolcezza c’era una disciplina industriale rigorosa. Controllo delle materie prime, standardizzazione dei processi, attenzione maniacale alla qualità percepita. La magia, quando funziona su milioni di barattoli, ha sempre bisogno di metodo. Ed è in questo equilibrio tra intuizione, qualità delle materie prime e innovazione industriale che si comprende davvero la forza della Nutella.

La Nutella attraversò i decenni cambiando insieme all’Italia.
Negli anni del boom economico italiano accompagnò la crescita dei consumi. Negli anni successivi diventò presenza stabile nelle case, nei bar, nelle dispense, nelle ricette improvvisate. Poi arrivarono le generazioni cresciute con la pubblicità, con i bicchieri riutilizzabili, con il pane e Nutella come piccolo premio domestico.

Il World Nutella Day, nato nel 2007 dall’iniziativa della blogger americana Sara Rosso, confermò una cosa già evidente: quel prodotto aveva superato da tempo il perimetro alimentare. Era diventato fenomeno culturale.

Certo, come accade a tutti i grandi marchi alimentari, anche Nutella è stata nel tempo oggetto di discussioni su ingredienti, nutrizione e modelli di consumo. Ed è giusto che sia così. Un prodotto così diffuso non può sottrarsi al dibattito pubblico. Ma questo non cancella il suo valore storico e simbolico.

Michele Ferrero morì il 14 febbraio 2015. Con lui se ne andava uno degli imprenditori più riservati e influenti del Novecento italiano.

La Nutella, però, era già diventata qualcosa di autonomo. Un prodotto capace di vivere oltre il suo inventore, oltre la sua azienda, persino oltre il tempo in cui era nato.
La sua storia racconta l’Italia della scarsità e quella dell’abbondanza, l’artigianato e l’industria alimentare italiana, la provincia e il mondo. Racconta il talento di chi parte da un problema pratico, il cacao che manca, e arriva a creare un simbolo globale.

Forse è questo il motivo per cui, ancora oggi, aprire un barattolo di Nutella non è mai un gesto del tutto neutro. C’è dentro un sapore, certo. Ma c’è anche un pezzo di memoria.
Per questo motivo la Nutella continua a occupare un posto speciale nella cultura alimentare italiana e nel patrimonio gastronomico italiano. Non soltanto per il suo sapore, ma perché racconta un Paese che ha saputo trasformare la scarsità in ingegno e un’intuizione artigianale in uno dei marchi più conosciuti al mondo.

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