Mentre gli oceani diventano sempre più il teatro di interessi economici, strategici e geopolitici, i benefici del loro sviluppo continuano a essere distribuiti in modo profondamente iniquo. A trarne vantaggio sono pochi attori globali, mentre il peso dei danni ambientali e sociali ricade su pescatori artigianali, donne, comunità indigene e popolazioni costiere marginalizzate.
Questo squilibrio è al centro di un acceso dibattito scientifico e politico, nonostante gli impegni formali presi in ambito internazionale, come gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU, il Global Biodiversity Framework di Kunming-Montreal e il Trattato sull’Alto Mare. A mancare, finora, sono stati però strumenti operativi concreti capaci di tradurre il principio di equità in azioni misurabili.
A colmare questa lacuna arriva ora l’Ocean Equity Index (OEI), il primo indice globale pensato per valutare e promuovere l’equità nella governance degli oceani. Pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, lo studio che lo presenta è frutto del lavoro di un team internazionale di ricercatori, tra cui quelli della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli.
L’OEI si basa su 12 criteri chiave che valutano la distribuzione equa di benefici e oneri, il riconoscimento dei diritti delle comunità coinvolte e la reale partecipazione ai processi decisionali. In questo modo, l’indice rende visibile ciò che spesso resta escluso dalle statistiche ufficiali: chi ha voce nella gestione degli oceani e chi no. Oltre a essere uno strumento di analisi, l’Ocean Equity Index offre anche indicazioni operative per guidare politiche più giuste e sostenibili. Misurare l’equità, infatti, significa anche aumentare la trasparenza, rafforzare la responsabilità pubblica e garantire risultati più efficaci per le persone e gli ecosistemi.
In un tempo in cui la lotta al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità richiede approcci integrati e inclusivi, l’OEI segna un cambio di paradigma: non c’è sostenibilità senza giustizia. E negli oceani, come sulla terraferma, è tempo che a governare non siano solo gli interessi, ma anche i diritti.
Lo studio è disponibile al link:
https://www.nature.com/articles/s41586-025-09976-y


















