La domanda che mi sono posto non è se le Olimpiadi “servono”, perché dipende sempre da cosa intendiamo per “servire”. La domanda è un’altra, molto più pratica: stiamo comprando un evento o stiamo finanziando una trasformazione?
Le stime più citate collocano il costo complessivo oltre i 6 miliardi di euro, molto sopra l’ordine di grandezza che circolava nel 2019 quando l’Italia ha ottenuto l’assegnazione per circa 1,3 miliardi. La differenza non è solo numerica, è strutturale: nel budget sono entrate opere pubbliche e cantieri che con i Giochi Olimpici invernali c’entrano “in parte”, o c’entrano come certi progetti per i quali si cercava un pretesto utile a farli partire. E infatti una quota dei lavori arriverà a conclusione ben oltre l’evento, con cantieri che si proiettano fino ai primi anni ‘30.
Chiariamo, non è un’anomalia italiana. Lo sforamento di budget, il superamento dei tetti di spesa, è ormai una caratteristica abituale dei mega-eventi. Nelle edizioni passate, i dati mostrano scostamenti pesanti: Rio 2016 (Brasile) Fino a quattro volte e mezzo il budget iniziale, Sochi 2014 (Cina) quasi triplicato, Tokyo 2020 (Giappone) con un incremento importante anche per effetto Covid.
Insomma, anche quando “va bene”, raramente va bene davvero.
Per capire Milano – Cortina bisogna scomporre la spesa in due blocchi.
Il primo è quello delle opere e degli investimenti infrastrutturali, spesso a carico della finanza pubblica. Nel testo di riferimento compaiono numeri che oscillano attorno a 3,5 miliardi per opere strutturali, con un piano di interventi distribuiti tra impianti sportivi e infrastrutture di trasporto. Il secondo blocco è il costo organizzativo della Fondazione Milano – Cortina, nell’ordine di 1,7 o 1,9 miliardi, legato a logistica, gestione, servizi, operazioni.
E qui arriva il punto politico, quello che in genere resta sullo sfondo. Se una piscina olimpionica o una pista regolamentare costano più del previsto, non puoi “tagliare la piscina”. Gli standard tecnici non sono negoziabili e le deadline non si spostano come l’inaugurazione di un’autostrada. La data è fissa e il vincolo tempo genera extra-costi in modo quasi automatico.
La parola chiave è il lascito per il futuro (legacy). Nel documento si sottolinea che una parte rilevante degli interventi è composta da infrastrutture destinate a restare sul territorio, e per questo contabilizzate nel budget complessivo. È una dinamica già vista con Expo 2015, dove l’evento ha funzionato anche da acceleratore di trasformazioni urbane. Ma attenzione: legacy non significa automaticamente beneficio. Significa semplicemente che l’opera resta. Poi bisogna vedere se serve, se viene manutenuta, se è utilizzata, se è finanziariamente sostenibile.
È qui che il concetto dei white elephants, impianti iper-specializzati difficili da riconvertire, torna utile come lente di lettura. Anche quando l’opera è “bella”, se diventa un costo ricorrente senza domanda reale, si trasforma in zavorra. E se a questa categoria aggiungiamo un’altra voce esplosiva, la sicurezza, che ormai ha raggiunto dimensioni da progetto autonomo ecco che questi costi diventano un peso ingombrante.
I benefici, poi, sono sempre più scivolosi dei costi. I cantieri li vedi, le fatture le contabilizzi. L’impatto economico è analizzabile solo ipotizzando uno scenario alternativo: cosa sarebbe successo senza le Olimpiadi? Perché se da una parte si ricorda che esistono effetti di sostituzione del turismo ordinario, in quanto una città “olimpica” può anche respingere una parte dei visitatori abituali. Dall’altra, compaiono stime ottimistiche di impatto positivo plurimiliardario e dati su sponsorizzazioni, diritti media e biglietteria, ma il punto resta lo stesso: la macroeconomia raramente si lascia spostare da un evento di poche settimane.
La parte che mi incuriosisce di più, lo ammetto, è la tecnologia. Oggi una quota crescente del valore, e dei rischi, non è nel cemento ma nelle reti digitali, nei sistemi dati e nell’integrazione di piattaforme mission-critical. I “Giochi Olimpici” sono sempre meno un laboratorio di prototipi e sempre più un ambiente di validazioni tecnologiche su scala estrema, dove contano maturità tecnologica, resilienza, ridondanza, governance. In questo quadro si inserisce anche l’Olympic AI Agenda, che nel testo viene presentata come adozione regolata dell’AI, non sperimentazione pura.
Mettiamo insieme tutto. Le Olimpiadi possono essere organizzate in modo più sobrio e intelligente. Il paradigma “costruire meglio, non di più” esiste ed ha senso. Ma non aspettatevi miracoli sul PIL. La partita vera è sulla qualità istituzionale: trasparenza, responsabilità, controllo dei costi, chiarezza delle fonti di finanziamento, capacità di trasformare l’eredità del Giochi Olimpici in servizi che le comunità avrebbero voluto anche senza i cinque cerchi.
Alla fine, la domanda resta disarmante nella sua semplicità: stiamo pagando un evento o stiamo investendo in una trasformazione pianificata, misurabile e desiderata? Perché se è solo l’evento, quasi sempre il conto è troppo alto.
Se è una trasformazione, allora forse sì, il gioco può valere la candela, ops… la fiamma olimpica.















