«Ehhh… In galera ti mando… in galera ti mando», bofonchiava Totò in un famosissimo sketch (riproposto in Totò a colori, 1952), guardando sottecchi il malcapitato onorevole Trombetta entrato nel medesimo scompartimento di un Vagon lit. In questa scenetta viene magistralmente interpretato un “sentire” quotidiano, un vissuto universalmente diffuso di paura dell’altro. Oggi questa diffidenza ha raggiunto livelli altissimi, l’esatto opposto del contegno degli antichi, i quali avevano verso l’«altro» un atteggiamento di «accoglienza». Per rendersi conto della differenza di comportamento, basta solo ricordare l’accoglienza che riserba Nausicaa ad Ulisse sull’isola dei Feaci (OMERO, Odissea, VI), la quale con coraggio e nobiltà d’animo accoglie il naufrago, offrendogli vestiti e aiuto.
In questo racconto, la figlia del re Alcinoo mostra saggezza e ospitalità, virtù centrali nel mondo greco, fornendo a Ulisse cibo, acqua e abiti, permettendogli di riacquistare la propria dignità, prima ancora di sapere chi fosse, da dove venisse, dove andasse, quali intenzioni avesse…
In un mondo tanto cambiato, nel quale si è ampliata la possibilità di incontrare “altri”, anche ciascuno di noi, in prima persona, sperimenta nelle azioni e nei sentimenti la stessa diffidenza interpretata dal “Cigno di Caianello”. Proprio in questo contesto ognuno è chiamato a considerare come l’altro, che incontriamo sulla nostra strada, ci manifesta il tempo della diversità che si sta vivendo; ognuno è invitato a vedere come l’altro, che sta di fronte o accanto a noi, ci mette davanti a un “segno dei tempi” e che ci dice che è il tempo della condivisione, della solidarietà, del perdono, del dono, dell’amore, non l’occasione per trincerarsi o per fare guerra; a ritenere l’altro (il musulmano, il buddista, l’induista, il sikh, o semplicemente colui che abita nella porta accanto) non fatalmente un nemico, ma un fratello da accogliere e con cui dialogare per confrontarsi, conoscersi, scambiarsi esperienze.

o da combattere e vincere, ma che, al contrario, l’«altro» è risorsa e arricchimento umano, culturale, religioso…
Queste riflessioni cogenti toccano tutti, nessuno escluso, perché tutti siamo messi a contatto con questa convivenza pluralistica; tutti veniamo coinvolti in vicende, anche lontane, che riguardano usi e tradizioni diverse innestate nel nostro paese… In queste condizioni quale fine perseguire? Forse, una sorta di reductio ad unum, oppure rispettare le appartenenze culturali e religiose, quindi, con il perseguire una sostanziale accettazione della diversità culturale e religiosa e l’accoglienza dell’altro, dello straniero, del diverso. Sta tutta qui la sfida culturale e politica di chi, privati e istituzioni, si propone di costruirsi come plurale. L’alterità è elemento centrale per la realizzazione di una società integrata e solidale, aperta, pluralistica. Il mondo è diventato un “villaggio globale”, in questo “villaggio” gli uomini devono imparare a conoscersi, a camminare insieme, a collaborare, a dialogare.
Le situazioni tragiche, a livello mondiale, delle divisioni, delle guerre, che a macchia d’olio stanno coinvolgendo tutti, degli assolutismi, delle prevaricazioni… ci impongono di soffermarci su questi temi e di riflettere su come l’«altro» non è riducibile ad uno stereotipo, e che – come ben sottolinea Emmanuel Lévinas (1906-1995), il quale propone l’etica come filosofia prima e di porre l’incontro con l’«altro» (l’alterità) al centro dell’esistenza umana – non è riducibile neanche a me.
L’altro non è oggetto, né possesso, né proprietà, non è per noi quello che bisogna superare, inglobare, dominare. Lévinas contesta anche l’intera tradizione filosofica occidentale, perché essa assolutizza l’ego e neutralizza l’altro, considerato oggetto per l’affermazione dell’io, con esiti catastrofici (basta pensare, ad esempio, ad Auschwitz, simbolo del genocidio, uno sterminio unico, oppure anche agli odierni sterminii…). L’«altro», invece, è irriducibile, custodisce l’intrascendibile distanza pur entrando in relazione, è nella sua assoluta distanza, pur articolando il colloquio, resiste
al tentativo assimilatore dell’io, è portatore di diritti non revocabili e di una cultura differente.
«L’alterità è essenziale poiché essa costituisce qualcosa di positivo, sia per sé che per l’altro, in quanto fonte di arricchimento individuale e collettivo» (V. CESAREO, 2004).
Questa situazione non richiede soltanto la tolleranza delle diversità culturali, ma anche «che venga riconosciuto l’uguale valore delle diverse culture, trasformando il multiculturalismo da “problema” in “risorsa”» (M. SIGNORE, 2009). La sfida del nostro tempo, infatti, è combattere l’universalismo omologante che pretende l’assimilazione delle culture, dell’alterità, della diversità, disperdendone la ricchezza, oltre a battersi per il rispetto della loro diversità e originalità, recuperando il principio di inclusione. Le tragedie del nostro tempo sono dovute all’arroganza di chi si ostina a imporre una cultura sulle altre, quelle dell’altra sponda, giudicate inferiori e quindi semplicemente da sottomettere e sfruttare fino all’estenuazione.
Dichiarazioni volte a sostenere la superiorità della cultura occidentale (tollerante e democratica per autodefinizione) rispetto alle altre culture che, invece, rappresenterebbero un grave rischio per la cooperazione internazionale e il mantenimento della pace. Non c’è una cultura superiore alle altre, ma una pluralità delle culture e tutte con pari dignità.
La civiltà occidentale intesa “come superiore” serve per legittimare colonialismo e razzismo… una civiltà basata su proprietà, sfruttamento, tirannia politica e guerra (DE VITA, 2008).
I flussi migratori stanno ridefinendo molti Paesi in senso sempre più multiculturale e
multireligioso e impongono di costruire modelli di convivenza nel rispetto della diversità. La
presenza degli estranei non è più un problema transitorio cui opporre rimedi, e la questione non è più come disfarsene, quanto, piuttosto, come convivere per sempre, giorno dopo giorno, con l’«estraneità» (Z. BAUMAN, 2002). Il rispetto dell’altro in quanto persona, l’essere portatore di diritti non revocabili, il riconoscimento della diversità devono essere alla base della costruzione di modelli di convivenza; l’altro — come sottolinea Lévinas — deve essere visto sempre nella sua alterità irriducibile e inassimilabile.
Occorre che si prenda coscienza che la diversità è una condizione essenziale della condizione umana, che può essere vissuta nel rispetto reciproco, ma che può diventare anche un castigo, una confusione, una incomunicabilità. Il racconto di Babele con la confusione delle lingue «non è solo una metafora di rifiuto dell’omologazione sotto il dominio di un unico potere, ma la prefigurazione del valore della diversità e lo stimolo a trovare nuove vie di comunicazione e di dialogo e ci mostra come il rapporto con la diversità è fondamentale, anche se problematico. Il cammino dell’umanità è,
in fondo, un tentativo sempre presente di conciliarsi con la diversità, il sogno e il progetto di una società che non sia Babele e in cui gli uomini non temano di essere dispersi. La Torre di Babele è la negazione di un progetto totalitario, non è il progetto di Dio, ma la metafora dell’incomunicabilità e allo stesso tempo un’apertura che prefigura il confronto tra le differenze (DE VITA, 2008).
La diversità dell’altro (in passato il barbaro o il pagano, oggi il forestiero o lo straniero), la diversità dello straniero non è minaccia della mia identità, ma è occasione di arricchimento e di potenziamento della mia stessa identità. Approfondisco la mia identità tramite l’identità dell’altro.

convivenza. La convivenza, invece, si nutre della mediazione, del dialogo, inteso come il mezzo per stabilire relazioni e porre le premesse per una convivenza; esso non annulla o mortifica le identità, ma le rafforza; il dialogo non è proselitismo, non è finalizzato alla “vittoria” o alla conversione dell’uno sull’altro, ma è tale solo se nei fatti è rispetto dell’autenticità dell’altro, di come si narra e si definisce e di come viene definito. Condizione del dialogo è il rispetto dell’altro, della sua fede e della sua cultura, della sua diversità (DE VITA, 2008).
Siamo tutti uguali e diversi. Si tratta di coniugare l’eguaglianza e la diversità. Da qualsiasi parte ci voltiamo ci viene incontro l’altro, l’estraneo, lo straniero: egli prolifera dappertutto, è il nostro vicino di pianerottolo, è presente nel quartiere, nell’ambiente di lavoro, nelle scuole, nelle chiese, sui mezzi di trasporto. L’accoglienza non è soltanto una virtù, è una necessità. L’ospitalità è la regola fondamentale dell’umanità dell’uomo e della sua umanizzazione. L’altro, con la sua presenza nuda e invocante è importuna; come la vedova della parabola evangelica che importunava il giudice affinché le facesse giustizia (Vangelo secondo Luca, 18,3-5), l’altro disturba, bussa, chiede, sconvolge, mette in questione, inquieta l’io sottraendolo alla quiete del male abissale dell’indifferenza. La scarsa attenzione all’altro, nella sua irriducibile alterità, costituisce il vero problema della condizione umana, nel senso di comprimerne l’unicità o comunque la specificità in una categoria o in un genere, laddove l’altro non appartiene ad un genere o non resta nel suo genere (E. LÉVINAS, 1998). L’altro mi interpella, mi chiama e io non posso restare indifferente: la sua domanda-appello esige una mia risposta; l’altro bussa alla mia porta e io devo aprirgli, accoglierlo ed aiutarlo; non devo chiudermi nell’irrigidimento identitario e narcisistico, cui pure sono tentato: chiudere è più facile che aprire, è il rischio che si corre oggi, ovunque.
Non dobbiamo temere e respingere l’alterità, anzi, dobbiamo cercarla e amarla, soprattutto oggi, tempi in cui masse enormi lasciano i loro paesi, in degrado economico e sociale, per colpa anche delle potenze europee che hanno pensato solo a dominarli e sfruttarli e a non creare i presupposti dello sviluppo, e premono alle frontiere dei paesi europei, alla ricerca di una vita più dignitosa.
Affrontare correttamente la questione dell’alterità comporta sempre un’attenzione per l’altro, contrapposta all’indifferenza, una conoscenza dell’altro, che vada oltre gli stereotipi e il pregiudizio, un confronto con l’altro che consenta di costruire dei rapporti fondati sul rispetto reciproco (V. CESAREO, 2004).
La costruzione di un futuro di convivenza pacifica e di una coesione pluralistica non può non passare che attraverso l’accoglienza dell’altro, dello straniero, del diverso. Un tempo lo straniero era colui che veniva da lontano, oggi lo straniero è il diverso. Non accogliere la diversità è uno dei grandi mali del nostro tempo (R. DE VITA, 2007).
La strada da percorrere, allora, per una convivenza pluralistica, per una società conviviale, è la strada dell’alterità, che è la strada più vera per ridare vitalità e qualità alle relazioni umane e non solo; forse, essa traccia la strada che può spingere le persone e i popoli a vincere i rapporti violenti e possessivi per alimentare rapporti di rispetto e di pace (R. LONGO, 2007). Una strada che riguarda tutte le istituzioni e a tutti i livelli, come spetta a tutti, ma soprattutto ai cristiani, attuare ciò che dice Cristo: aprire a chi bussa e ripetere con Cristo:
«colui che viene a me, io non lo caccerò fuori» (Vangelo secondo Giovanni, 6,37); l’evangelista Luca scrive: «Da’ a chiunque ti chiede, anzi a chi toglie il tuo, non lo richiedere» (6,30); e nel Libro dei Proverbi è scritto: «Non negare un beneficio a chi lo chiede, quando sei in grado di farlo. Non dire a chi ti chiede: “Vattene! Ripassa! Te lo darò domani”, quando la cosa è in tuo potere» (3,27- 28).
Per approfondire: P. BIRTOLO, L’altro: inquietudine dell’io, EDI, Napoli 2012
https://edi.na.it/collane/22-laltro-inquietudine-dellio-9788889094976.html
e P. BIRTOLO, Pluralismo, convivenza dialogo, EDI, Napoli 2014
https://edi.na.it/collane/93-pluralismo-convivenza-dialogo-9788898264155.html



















