Parlare oggi di analfabetismo fa subito pensare a chi non sa leggere o scrivere. Ma il vero analfabetismo contemporaneo è quello digitale. E attenzione: non parliamo di incapacità tecnica, ma di esclusione semantica. Chi non padroneggia la grammatica delle piattaforme, chi fatica a interpretare i codici impliciti del web, chi non distingue un modulo da un’autenticazione a due fattori… semplicemente non accede. Non viene riconosciuto.
E il non sapere “come” non è più un dettaglio: è un discrimine. Se non sai parlare la lingua delle macchine, non esisti per il sistema. Sei ridotto a un codice fiscale da archiviare e non ad un cittadino da coinvolgere.
Non è questione di soldi, ma di sintassi. La nuova élite non si definisce solo dal reddito o dal ruolo. Si definisce dall’accesso. Chi conosce il codice, e non solo quello di programmazione, vive dentro l’infrastruttura, la modella, la usa. Gli altri arrancano. Non sanno nemmeno da dove cominciare. Si sentono confusi, a disagio, spesso incapaci. Ma in realtà sono stati semplicemente esclusi da un processo formativo che ha avuto la pretesa di essere universale, ma non lo è mai stato.
Questa situazione non è solo un divario digitale ma è un divario simbolico. È una nuova forma di classismo, dove la lingua del potere non è più il latino né l’inglese d’élite, ma il linguaggio della macchina.
A differenza delle forme tradizionali di esclusione, esplicite, a volte brutali, quella algoritmica è silenziosa, ma sistemica. Non ti dice “no”, semplicemente ti lascia fuori. Senza avvisare, senza notifiche. Se non sai dove cliccare, il sistema non ti aspetta. Prosegue. Ti lascia indietro. Ed a quel punto il problema non è nemmeno l’esclusione ma, è la tua irrilevanza.
Un portale non accessibile equivale ad una porta chiusa a doppia mandata. Solo che è una porta invisibile e quindi ancora più pervasiva. La discriminazione, oggi, non passa più per l’aspetto o per l’accento ma per la capacità di leggere una dashboard.
Ogni click è una cessione di sovranità. Viviamo immersi in un flusso continuo di interazioni digitali. Ma quante di queste sono realmente consapevoli? Quante azioni online facciamo “in automatico”? Accettiamo cookie, termini, condizioni, senza nemmeno leggerne i contenuti. Il punto non è la superficialità ma la delega, stiamo cedendo la nostra soggettività al sistema. Non scegliamo più, reagiamo cliccando.
Ogni volta che clicchiamo senza comprendere, non solo rinunciamo al controllo, ma partecipiamo alla costruzione di un sistema in cui la conoscenza diventa privilegio. E il privilegio non dichiarato è il più difficile da scardinare.
Cosa succede quando un’intera fascia della popolazione, anziani, lavoratori poco digitalizzati, cittadini in condizioni di fragilità, si trova sistematicamente esclusa dall’accesso a servizi fondamentali? Succede che smette di partecipare e non per scelta ma per impossibilità.
Non sai usare il fascicolo sanitario elettronico? Non ti curi. Non hai uno SPID? Non puoi richiedere un bonus.
Non hai uno smartphone? In alcune città non puoi nemmeno prendere un autobus.
Il paradosso è che nessuna legge l’ha imposto, eppure il sistema si è già adattato. L’idea che la tecnologia sia neutra è un mito che fa comodo a molti. Ma è falso!
Ogni piattaforma è progettata da qualcuno, con un certo linguaggio, per un certo pubblico. La neutralità algoritmica non esiste ed ogni codice incorpora delle scelte ed ogni scelta produce delle esclusioni.
Chi scrive il software scrive anche il perimetro dell’accessibilità e quindi del potere. Per questo il problema non è tanto la macchina, quanto chi decide la grammatica con cui la macchina “parla” e, chi può rispondere.
C’è ancora spazio per una resistenza? Forse. Ma non sarà una rivolta classica, con slogan e manifesti. Sarà qualcosa di più sottile, ma più potente: il ritorno della parola. Una parola nuova, capace di re-immettere senso dove oggi c’è solo funzione. Una voce che non consola, ma rompe.
Perché chi è fuori, prima o poi, non chiederà più di entrare. Pretenderà di riscrivere le regole. A partire da un’idea radicale: che l’inclusione non si misura con le connessioni, ma con la comprensione.
Il vero cambiamento non consisterà nel portare tutti “dentro” il sistema. Ma nel riscriverlo, affinché nessuno resti fuori per non aver parlato la lingua giusta. Serve una nuova grammatica, più umana. Una che tenga conto di chi ancora oggi, nel silenzio, continua a chiedere soltanto una cosa: la parola.

















