La Napoli di metà Seicento offre un terreno particolarmente favorevole alla nascita e alla trasmissione di narrazioni sospese tra storia e leggenda: capitale del Viceregno spagnolo, città densissima e attraversata da tumulti antispagnoli culminati nella rivolta del 1647, essa conosceva una quotidiana familiarità con le armi, con la pratica della scherma e con forme di violenza che si collocavano ai margini dell’ordine istituzionale.
In questo clima si inserisce il racconto di Bernardo De Dominici, che nelle Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani narra l’esistenza della Compagnia della Morte, una confraternita segreta di pittori armati guidata da Aniello Falcone; secondo De Dominici, Falcone avrebbe partecipato direttamente alle azioni punitive del gruppo, arrivando a uccidere alcuni soldati spagnoli responsabili di soprusi, un dettaglio che accentua il carattere drammatico e quasi iniziatico della narrazione.
Sebbene tale affermazione resti priva di conferme documentarie e debba essere trattata con estrema cautela, essa appare coerente con una cultura urbana in cui l’uso della violenza poteva essere percepito come risposta legittima all’oppressione e come difesa dell’onore collettivo. A rafforzare la plausibilità storica di questa immagine concorre il caso, ben documentato, di Mattia Preti, che nel 1642 uccise in duello un soldato appartenente alle truppe al servizio della monarchia spagnola e che ottenne in seguito la remissione delle pene attraverso un atto di espiazione pubblica, realizzando le grandi pitture votive sulle porte di Napoli durante la peste del 1656.
L’episodio di Preti dimostra come il coinvolgimento diretto di un pittore in un atto di violenza armata non fosse inconcepibile nel contesto napoletano del tempo, rendendo meno improbabile, sul piano culturale, il racconto dedominiciano su Falcone. I pittori coinvolti nella narrazione della Compagnia, Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro e Salvator Rosa, rafforzano ulteriormente la plausibilità simbolica del racconto attraverso i loro interessi artistici: Falcone è riconosciuto come uno dei massimi interpreti della pittura di battaglia a Napoli, con scene dominate dalla mischia e dal ruolo centrale della spada; Micco Spadaro trasferisce la violenza nello spazio urbano, raffigurando tumulti e scontri popolari; Salvator Rosa, formatosi in questo ambiente, carica la battaglia di una tensione più visionaria e inquieta, in cui le armi assumono un valore quasi esistenziale.
Su questo intreccio di realtà, memoria e mito agisce l’eredità di Caravaggio, intesa come fondamento linguistico fatto di naturalismo dei corpi, verità del gesto e luce drammatica, capace di conferire alle scene di violenza una dimensione quasi sacrale. In questa prospettiva, l’uccisione degli spagnoli attribuita a Falcone, accostata al caso storicamente attestato di Preti, può essere letta non come dato di cronaca accertata, ma come nucleo simbolico di un mito plausibile, capace di restituire la percezione seicentesca dell’artista come figura liminare, sospesa tra pratica creativa, esperienza vissuta e partecipazione diretta ai conflitti della storia.


















