Anche su Dio sono piovute critiche da ogni parte. Talvolta la sua esistenza è stata negata a partire da solidi argomenti razionali, oppure è stato dichiarato morto. Altre volte la sua origine è stata attribuita alla paura, al bisogno di conforto e di protezione nei confronti della cieca natura o delle minacce dei nostri simili. Altre volte ancora, è stato denigrato perché considerato un rivale degli esseri umani, di cui presumibilmente usurpa la libertà.
La critica colpisce al cuore le istituzioni religiose che affermano di difendere i diritti della divinità, trascurando spesso la difesa della dignità e dei diritti degli esseri umani, in particolare di coloro a cui vengono sistematicamente negati, nonché la dignità e i diritti della natura. Queste istituzioni sono accusate di pervertire l’autentico messaggio dei loro fondatori e riformatori, di alienare psicologicamente i propri adepti, di generare infondati sensi di colpa e di imporre la sottomissione.
Gesù di Nazareth, tuttavia, sfugge a ogni critica, o quasi. Esiste una sorta di consenso sui suoi valori, i suoi atteggiamenti e, soprattutto, le sue pratiche liberatrici, sia tra i cristiani sia tra i non cristiani. Questo accordo si estende persino a persone appartenenti ad altre religioni e spiritualità, i cui fondatori o riformatori potrebbero essere considerati rivali di Gesù di Nazareth. È il caso del Mahatma Gandhi, seguace dell’induismo, che affermò: «Lo spirito del Sermone della Montagna esercita su di me quasi lo stesso fascino della “Bhagavad Gita”. Quel sermone è l’origine del mio affetto per Gesù».
Lo scrittore Albert Camus, che si dichiarò agnostico, scrisse: «Non credo nella sua resurrezione, ma non nasconderò l’emozione che provo di fronte a Cristo e ai suoi insegnamenti. Di fronte a lui e alla sua storia, non provo altro che rispetto e venerazione».
La filosofa mistica Simone Weil, vicina al cristianesimo ma non affiliata ad alcuna religione, si esprime così: «Prima di essere Cristo, è la verità. Se ci allontaniamo da lui per andare verso la verità, non andremo lontano senza cadere tra le sue braccia».
Il filosofo Rousseau confessava: «Se la vita e la morte di Socrate sono quelle di un saggio, la vita e la morte di Gesù sono quelle di un Dio».
Il Gesù del giovane Hegel ci viene presentato come un «uomo colto», un critico del sistema religioso, un pedagogo del cambiamento, un riformatore morale che combatte i pregiudizi dei suoi correligionari come condizione necessaria per affermare l’unico vero valore: la moralità. Il suo merito principale è quello di adoperarsi per il perfezionamento dei costumi corrotti, per l’autentica moralità e per l’adorazione a Dio: questi ultimi due aspetti tendono ad identificarsi.
Il Gesù di Renan non è un teologo speculativo nello stile degli scolastici o dei dottori greci, né un teocrate. È puro e infinito fascino e tenerezza, che «si sono trasformati in infinita dolcezza, in vaga poesia, in fascino universale». Predica l’umiltà, il perdono, la carità, l’abnegazione, l’essere esigente con se stesso e la giustizia per gli altri.
Il centro del messaggio di Gesù è costituito dal Regno di Dio, che, secondo Renan, è l’espressione che traduce meglio la rivoluzione radicale da lui innescata: una rivoluzione morale fortemente utopica. È proprio il contrasto tra la dura realtà e l’ideale di una nuova realtà a provocare la ribellione «contro la fredda ragione».
Nietzsche, uno dei più severi critici di Dio e del cristianesimo, riconosce che Gesù di Nazareth è uno «spirito libero», il «buon messaggero», non vincolato a dogmi, né rinchiuso nella chiesa, né soggetto a leggi. «Crede soltanto nella vita e in ciò che vive». Non accetta differenze tra stranieri e nativi. Si ribella a ogni privilegio e all’ordine costituito. Difende diritti uguali per tutte le persone. Si relaziona direttamente con Dio. È critico nei confronti dei giudici. Non può essere confinato in alcun sistema, poiché «è al di fuori di ogni metafisica, religione, storia, scienza naturale, psicologia ed etica». Gesù è morto con la stessa coerenza con cui aveva vissuto e in conformità con la dottrina da lui predicata.
Nel suo libro «Los grandes filósofos – Sócrates-Buda-Confucio-Jesús» (Sur, Buenos Aires 1966), Karl Jaspers presenta l’etica radicale di Gesù di Nazareth come «una carica di dinamite che ha spesso tentato di frantumare le pietrificazioni mondane del cristianesimo nelle sue Chiese. Lo invocano gli eretici che prendono sul serio la radicalità» (p. 235). Non considera Gesù una persona mite e mansueta, ma piuttosto evidenzia in lui «la singolare dualità di dolcezza e di combattivo impegno incondizionale» (p. 222).
Mi ritrovo con la testimonianza del filosofo Pedro Laín Entralgo – in continuità con il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, martirizzato dal nazismo – che pone la sequela di Gesù al centro del cristianesimo: «Il principio cardine della condotta cristiana non è l’imitazione di Cristo, perché, tra l’altro, è inimitabile. Ciò che è proprio del cristianesimo è la sequela di Cristo a partire e con la propria vita». Anch’io, modestamente, mi considero un ammiratore del profeta di Galilea. Cerco anche di seguirlo, sebbene questa sia tutt’altra cosa. Lo faccio a grande distanza.
Il punto in comune tra le diverse testimonianze elogiative nei confronti di Gesù risiede nel suo atteggiamento etico, nella sua prassi liberatrice, nel suo impegno verso le persone e i gruppi più indifesi, nella sua difesa delle cause perse, nel suo essere persona radicalmente, nel suo stile di vita libero e distaccato, nel suo messaggio umanitario e nel suo atteggiamento solidale con il prossimo bisognoso. Questa convergenza è avallata dalla teologia morale stessa, che presenta Gesù di Nazareth come una figura di «grandezza morale» e un «punto di riferimento per i valori», considerando al contempo l’evento «Gesù» come una «sfida etica».
Nell’immaginare Cristo, Oscar Wilde lo presenta come un giovane da poco sposato accompagnato dai suoi amici, come un pastore, un cantore, un amante, «maestro di tutti gli amanti», poiché «aveva compreso che l’amore è il segreto perduto del mondo di cui i sapienti erano stati in cerca e che solo attraverso l’amore possiamo avvicinarci al cuore del lebbroso e ai piedi di Dio».
Il non conformismo – sottolinea Wilde – è l’atteggiamento costante di Cristo, che si mostra in disaccordo nei confronti dei sistemi che trattano le persone come oggetti e contrario alle regole. Una conseguenza di quest’atteggiamento radicale è la sua critica all’ortodossia, che considera una «tirannia paralizzante e terribile» e la sua difesa dello spirito come unica cosa di valore.
Proporrò, di seguito, un approccio a Gesù di Nazareth a partire da una prospettiva femminista, inseparabile dalla sua dimensione etica. Senza uguaglianza e giustizia di genere, l’etica è sequestrata dal patriarcato in alleanza con un altro sistema di dominio. Delle quattro figure che Karl Jaspers considera cruciali nella storia dell’umanità – Confucio, Buddha, Socrate e Gesù – egli ritiene che Gesù sia stato senza dubbio colui che ha raggiunto la più profonda integrazione dell’anima e dell’animus, la massima armonia tra il maschile e il femminile.
La relazione di Gesù con le donne è caratterizzata dall’amicizia e dal cameratismo, dalla comprensione e dal rispetto. Egli non cerca in loro oggetti di piacere o sostituti della madre, ma piuttosto amiche e compagne con cui condividere un progetto di vita e un cammino che conduca alla liberazione da ogni oppressione.
La teologia femminista ha messo in evidenza che la dimensione liberatrice di Gesù di Nazareth non affonda le radici nella sua mascolinità, bensì nell’aver rinunciato al sistema patriarcale di dominio e nell’incarnare nella sua persona la nuova umanità. Sulla croce di Gesù avviene lo svuotamento del patriarcato, l’inizio di un nuovo modo di vivere libero da privilegi gerarchici e kiriarchici.
La teologia femminista propone la cristologia della Sapienza come alternativa alla cristologia maschile del Lógos. Gesù è il «profeta e messaggero della Sapienza» (Elisabeth Schüssler Fiorenza). Gesù, incarnazione della Sapienza, è caratterizzato da un amore non escludente, senza limiti e inclusivo, pur mostrando una preferenza per i/le poveri/e. «Perché non possiamo pensare a una rivelazione di Dio in Crista, a una rivelazione femminile di Dio?», si chiede Letizia Tomassone. Rita Nahashima Brock risponde a questa domanda: «Cristo è ciò che io chiamo Crista/Comunità. Gesù partecipa pienamente alla sua Crista/Comunità».
Le dimensioni etica, estetica e femminista di Gesù di Nazareth sono state spesso trascurate dalle cristologie dogmatiche, che hanno messo l’accento sulla sua divinità a scapito della sua umanità. In questo articolo ho cercato di recuperare queste dimensioni con l’aiuto di personalità del mondo scientifico, filosofico, artistico, femminista e di altri ambiti, che hanno approfondito il mistero di Gesù di Nazareth e hanno scoperto che la sua identità risiede nell’«essere-per-gli altri», come ci ha ricordato il già citato teologo Dietrich Bonhoeffer.
Le testimonianze citate, e altre che potremmo aggiungere, aiutano noi teologhe e teologi a liberare la persona di Gesù di Nazareth dalla sua immagine idealistica, atemporale, patriarcale e puramente speculativa, nonché dall’innocenza sociale, culturale, morale e di genere con cui è stata presentato. Questa, credo, è la via per accedere alla sua divinità e per elaborare una cristologia dal basso.















