Ma la domanda da porci è diversa. Non quanto una Chiesa sia stata influente, ma da quale luogo abbia guardato la storia. Il criterio decisivo non è la rilevanza pubblica dell’istituzione, bensì la sua fedeltà all’opzione preferenziale per i poveri, che costituisce il cuore del Vangelo.
Da questo punto di vista, il cardinale Camillo Ruini rappresenta il simbolo di una stagione ecclesiale che ha privilegiato il potere culturale, l’influenza politica e la difesa di principi astratti rispetto alla scelta evangelica per i poveri e gli esclusi. In nome della presenza pubblica del cattolicesimo e della difesa dei cosiddetti «valori non negoziabili», la Chiesa italiana ha progressivamente spostato il proprio baricentro: dalla giustizia sociale alle battaglie identitarie, dalla solidarietà concreta alla contrapposizione culturale, dalla denuncia delle strutture di peccato alla ricerca di nuovi equilibri politici.
In quegli anni si è affermata una concezione del cristianesimo fortemente preoccupata di difendere la propria identità, ma spesso meno attenta alle condizioni di vita degli ultimi. La questione sociale, il mondo del lavoro, le disuguaglianze economiche, il dramma delle migrazioni e l’accoglienza degli stranieri, la nonviolenza, hanno finito per occupare uno spazio secondario rispetto alle grandi campagne culturali che hanno caratterizzato la stagione ruiniana.
Anche la scelta di individuare nel centrodestra e nel berlusconismo l’interlocutore privilegiato del cattolicesimo italiano fu letta da molti come il segno di una Chiesa più interessata a conservare la propria influenza che a custodire la propria libertà profetica. Non si tratta tanto di giudicare un’alleanza politica specifica, quanto di interrogarsi sul rischio che la Chiesa finisca per misurare il proprio successo con categorie di potere anziché con il Vangelo delle Beatitudini.
Io credo che il luogo privilegiato dell’incontro con Dio non siano i centri decisionali della storia, ma le sue periferie. Dio si rivela nel grido dei poveri, degli esclusi, dei migranti respinti, delle vittime delle guerre, di quanti subiscono le conseguenze delle strutture economiche e sociali ingiuste. Per questo il giudizio su una stagione ecclesiale non può essere fondato principalmente sulla sua efficacia politica o sulla sua capacità di orientare il dibattito pubblico, ma sulla sua vicinanza concreta a coloro che il sistema produce come scarti.
Il limite principale del ruinismo e di chi lo vuole celebrare, allora, non appare semplicemente politico ma teologico. Consiste nell’aver sostituito la centralità delle vittime della storia con la centralità dei «valori non negoziabili»; nell’aver posto al centro la difesa dell’identità cristiana più che la liberazione degli oppressi; nell’aver privilegiato la presenza pubblica della Chiesa rispetto alla sua funzione profetica.
Per questo Ruini rappresenta una Chiesa più vicina ai potenti che ai crocifissi della storia: forte nella battaglia culturale, ma debole nella solidarietà concreta verso poveri, migranti ed esclusi; più attenta all’ordine sociale che al grido degli ultimi; più capace di influenzare la politica che di lasciarsi evangelizzare dai poveri.
La domanda decisiva resta aperta: una Chiesa è davvero fedele al Vangelo quando riesce a essere influente oppure quando sceglie di stare dalla parte di coloro che non hanno alcuna influenza?












