“No autotune, no party”. “È stonato pure con l’autotune”. E ancora, c’è chi paragona l’esibizione a quella di qualcuno “preso dalla strada che sta giocando al karaoke”.
A leggere alcuni dei commenti comparsi sui social, la sentenza sembra già scritta. Bastano pochi secondi di concerto, un problema tecnico e un microfono che apparentemente non restituisce l’effetto previsto perché Samurai Jay finisca sotto processo. Non sul palco, però, su Facebook.
Ed è probabilmente questa la parte più interessante di quanto accaduto durante il concerto gratuito che il cantante ha tenuto a Montesilvano giovedì 27 agosto. Non tanto l’imprevisto tecnico, perché durante un’esibizione dal vivo può succedere, quanto ciò che avviene dopo, quando un frammento della performance viene registrato, isolato dal contesto e consegnato al pubblico dei social.
A quel punto non c’è più soltanto un artista alle prese con un microfono che non funziona come dovrebbe. C’è un video. E intorno a quel video comincia a costruirsi un giudizio.
La sequenza, almeno per quanto è possibile ricostruire dalle informazioni disponibili, è abbastanza semplice.
Poco dopo l’inizio dell’esibizione Samurai Jay incontra alcuni problemi con il microfono, che sembra non essere collegato all’autotune. Per alcuni secondi continua comunque a cantare, poi si accorge che qualcosa non va, sostituisce il microfono e porta avanti la performance.
Fin qui, uno spiacevole inconveniente tecnico durante un concerto. Il passaggio decisivo arriva quando quel momento viene registrato e successivamente pubblicato sui social. È in quel momento che l’episodio cambia natura.
Sotto il video compaiono infatti giudizi molto duri. C’è chi ironizza sull’autotune, chi mette in discussione le capacità vocali del cantante e chi arriva a contrapporlo a ragazzi che studiano canto per anni con impegno e sacrificio.
Chiariamo, opinioni che ciascuno è libero di esprimere, su un cantante, come su qualsiasi performance artistica si può discutere e si può essere anche molto critici. La domanda, però, è un’altra. Quanto possiamo realmente sapere di un artista guardando pochi secondi di un video?
Qui entra in gioco un meccanismo ormai tipico della comunicazione sui social. Un concerto è un’esperienza complessa. Ha una durata, un prima e un dopo, una scaletta, un’acustica, un pubblico e, inevitabilmente, anche degli imprevisti.
Un breve video pubblicato online elimina quasi tutto questo. Rimane soltanto quel momento. E spesso non è neppure un momento qualsiasi, perché ciò che viene condiviso è proprio quello che sorprende, diverte, irrita o sembra confermare un’opinione già esistente. Il frammento finisce così per rappresentare, agli occhi di chi non era presente, l’intero evento.
Noi non abbiamo visto il concerto, ma abbiamo visto quei secondi. Non conosciamo con certezza la natura del problema tecnico, ma ne ascoltiamo l’effetto. Non sappiamo come sia andata l’esibizione nel suo complesso, eppure ci viene naturale valutarla.
Da qui il salto è brevissimo, dal “in questo momento ha cantato così” al “questo cantante non sa cantare”. Sembrano due affermazioni molto vicine. In realtà raccontano due cose profondamente diverse. C’è poi un particolare che rende l’episodio ancora più interessante. Non tutti hanno visto nelle stesse immagini la medesima storia. Accanto alle critiche è comparso anche chi ha osservato qualcosa di diverso.
Samurai Jay non si è fermato. Quando il problema si è manifestato ha continuato a cantare, ha cercato un altro microfono ed ha portato avanti l’esibizione.
Un utente ha scritto di aver provato quasi “tenerezza” proprio davanti a questa reazione. Non perché considerasse impeccabile la performance, ma perché ha interpretato quei secondi come il tentativo dell’artista di affrontare comunque la difficoltà.
Ed è un fatto curioso. Stesso video, stesso protagonista, stesso problema. Eppure due narrazioni quasi opposte. Per alcuni quelle immagini diventano la prova di un limite artistico. Per altri raccontano un cantante che, trovandosi in difficoltà davanti al pubblico, decide comunque di continuare.
Questo non significa stabilire chi abbia ragione e nemmeno è utile la conta dei commenti positivi o negativi che siano. Significa soltanto riconoscere quanto rapidamente, sui social, al fatto documentato si sovrapponga la sua interpretazione. Attenzione anche all’eccesso opposto. Non tutto ciò che è negativo può essere liquidato come odio social. Dire che un’esibizione non è piaciuta, criticare l’intonazione o contestare l’uso dell’autotune rientra nella normale discussione pubblica. Un artista si espone inevitabilmente al giudizio del pubblico.
Il problema nasce quando la conclusione diventa molto più ampia dell’elemento utilizzato per sostenerla. Un conto è valutare quei secondi. Un altro è trasformarli nella prova definitiva del talento, della preparazione o addirittura del valore professionale di una persona.
Ed è in questo che il caso Samurai Jay diventa più interessante del semplice incidente tecnico.
Naturalmente c’è anche l’autotune, ed era inevitabile che attirasse l’attenzione. Intorno a questo strumento esiste da anni una discussione che tende spesso a semplificarsi nella contrapposizione fra “voce vera” e “voce corretta”. Una lettura riduttiva, perché l’autotune può essere utilizzato sia per intervenire sull’intonazione sia come precisa scelta stilistica, fino a diventare parte riconoscibile del linguaggio sonoro di alcuni generi musicali contemporanei. Ma trasformare l’episodio di Montesilvano in un referendum sull’autotune rischierebbe di farci perdere il punto. Con le informazioni disponibili non possiamo stabilire quanto Samurai Jay ne dipenda né utilizzare pochi secondi problematici come prova definitiva delle sue capacità vocali.
Ed eccoci al punto. Potremmo discutere se Samurai Jay abbia cantato bene o male, quanto utilizzi l’autotune o quale sia stata esattamente la natura del problema. Per formulare giudizi seri servirebbero elementi più ampi.
Il comportamento del pubblico digitale, invece, è già davanti ai nostri occhi. Un inconveniente circoscritto diventa un giudizio sulla voce. Il giudizio sulla voce si trasforma in una valutazione sul talento. Da lì qualcuno arriva persino a domandarsi perché certi artisti abbiano successo mentre altri, dopo anni di studio, restino sconosciuti. Si, tutto questo partendo da pochi secondi video estrapolato dal contesto.
Una volta un errore sul palco rimaneva soprattutto nella memoria di chi era presente. Oggi può essere registrato, isolato, pubblicato, commentato e riproposto a persone che non hanno ascoltato ciò che è successo prima e probabilmente non ascolteranno ciò che è successo dopo.
Il palco finisce. Il frammento rimane.
I social ci hanno dato una possibilità straordinaria di osservare, commentare e discutere praticamente tutto. Ma vedere qualcosa non significa necessariamente averne visto abbastanza per conoscere l’intera storia. E forse, prima di trasformare qualche secondo in una sentenza, vale ancora la pena di ricordarselo.












