Ci sono calciatori che appartengono alla storia di una squadra e altri che finiscono per appartenere alla memoria collettiva di un Paese. Sandro Mazzola è stato entrambe le cose.
È morto nella notte tra venerdì 18 e sabato 19 settembre, a 83 anni. Con lui se ne va uno degli ultimi grandi protagonisti di un calcio che oggi sembra lontanissimo: quello delle bandiere, delle maglie indossate per una vita, delle grandi sfide europee e delle domeniche che riuscivano a fermare un Paese.
Sandro Mazzola nacque a Torino l’8 novembre 1942. Era figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino, morto nella tragedia di Superga nel 1949. Aveva appena sei anni quando perse il padre. Quel cognome avrebbe potuto diventare un peso enorme. Sandro, invece, costruì lentamente una storia tutta sua, fino a diventare una leggenda senza smettere di essere, per tutta la vita, anche il figlio di Valentino.
Entrò nel settore giovanile dell’Inter e debuttò in Serie A nel 1961. Fu l’inizio di un rapporto destinato a durare una vita. Sotto la guida di Helenio Herrera diventò uno degli uomini simbolo della Grande Inter, la squadra capace negli anni Sessanta di conquistare l’Italia, l’Europa e il mondo.
Con i nerazzurri Mazzola vinse quattro campionati italiani, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali, diventando uno dei protagonisti assoluti di quella straordinaria stagione. Era un attaccante moderno per il suo tempo: tecnica, velocità, intelligenza tattica e una capacità particolare di arrivare al gol nei momenti importanti. Il suo volto, con i caratteristici baffi, divenne una delle immagini più popolari del calcio italiano.
La sua carriera in Nazionale fu altrettanto importante. Mazzola indossò la maglia azzurra 70 volte, segnando 22 reti. Fu tra i protagonisti della Nazionale campione d’Europa nel 1968 e arrivò alla finale del Mondiale del 1970 in Messico, persa contro il Brasile di Pelé. Proprio quel Mondiale consegnò alla storia una delle rivalità più celebri del calcio italiano: quella con Gianni Rivera.
Mazzola e Rivera rappresentavano due modi diversi di interpretare il calcio e due grandi mondi di Milano. Inter e Milan, San Siro diviso in due, due campioni destinati a confrontarsi dentro e fuori dal campo. La celebre “staffetta” tra i due nella finale mondiale del 1970 è ancora oggi uno degli episodi più ricordati della storia della Nazionale. Ma dietro la rivalità sportiva c’erano rispetto e stima. Con il passare degli anni, quella contrapposizione si sarebbe trasformata in una pagina di memoria condivisa.
Mazzola chiuse la carriera da calciatore nel 1977, dopo 17 stagioni con l’Inter. Ma il calcio non lo avrebbe mai davvero lasciato. Tornò a lavorare nel mondo nerazzurro anche come dirigente e successivamente intraprese una lunga attività televisiva come opinionista e commentatore. Rimase così vicino al pallone, continuando a raccontare generazioni di calciatori e trasformazioni di uno sport che nel frattempo era diventato profondamente diverso.
La sua storia, però, non può essere raccontata soltanto attraverso trofei, gol e statistiche. Perché per chi era ragazzo in quegli anni, Mazzola non era soltanto un nome scritto sulle pagine dei giornali o una faccia vista alla televisione. Era anche una figurina. Ricordo ancora quando, da ragazzo, una sua foto doppia aveva un valore particolare. Poteva essere preziosa per uno scambio con gli amici, certo, ma poteva anche diventare protagonista di una sfida.
Si metteva la figurina capovolta, insieme alle altre, e poi arrivava lo schiaffetto dato di lato: bisognava farla sollevare abbastanza da poterla vedere. Se si girava nel modo giusto, era tua. Un gioco semplice, fatto di figurine, mani e qualche piccola regola inventata o tramandata tra ragazzi. E quando quella figurina era proprio quella di Sandro Mazzola, sembrava avere qualcosa in più.
Oggi quel ricordo può sembrare piccolo, quasi insignificante. Ma è proprio attraverso questi frammenti che un campione entra nella vita delle persone. Non soltanto attraverso i trofei e i grandi stadi, ma attraverso le giornate dell’infanzia, le amicizie, gli scambi, le sfide improvvisate e quelle figurine che custodivamo come piccoli tesori. Sandro Mazzola se ne va a 83 anni, ma il suo nome resta legato a immagini che appartengono alla memoria di milioni di appassionati: la maglia nerazzurra, i baffi, i gol, le grandi notti europee, la Nazionale e quella sfida infinita con Rivera.
Per me, però, resterà anche quella figurina. Quella foto doppia che poteva essere scambiata oppure giocata, con un semplice schiaffetto di lato, per provare a farla alzare e scoprire quale immagine sarebbe rimasta a faccia in su. È forse questo il modo più vero in cui i grandi campioni continuano a vivere: non soltanto nei libri di storia del calcio, ma nei ricordi personali di chi li ha incontrati da bambino, anche soltanto attraverso una fotografia stampata su un piccolo pezzo di carta.
E così Sandro Mazzola non sarà soltanto il campione della Grande Inter, il protagonista della Nazionale o il figlio di Valentino. Resterà anche il ragazzo di quelle figurine, delle partite immaginate, delle sfide tra amici e di un calcio che sapeva entrare nella vita quotidiana.
Sandro Mazzola. Una bandiera dell’Inter, un campione d’Italia e uno dei volti che hanno raccontato un pezzo irripetibile della storia del calcio italiano. Ma anche, per tanti ragazzi di allora, un’immagine custodita tra le mani.















