Dalla nostra inviata a Sanremo Pina Stendardo
La cornice scelta aiuta. Santa Tecla è un luogo che impone rispetto, e questo dettaglio non è secondario: il messaggio è che qui non stiamo parlando di gossip, ma di memoria culturale. La mostra, visitabile fino al 1° marzo, accompagna il visitatore attraverso le tredici edizioni del Festival condotte da Baudo, il record assoluto di conduzioni tra 1968 e 2008. Tredici volte sul palco, sì. Ma soprattutto tredici volte dentro la macchina complessa che è Sanremo, spesso anche nelle vesti di autore e direttore artistico.
Il cuore dell’esposizione è una timeline interattiva. Ed è qui che, secondo me, si vede l’intelligenza del progetto. Perché quando racconti un personaggio come Pippo Baudo hai due strade: l’agiografia o l’analisi. Qui si prova a fare analisi, senza perdere l’emozione.
La timeline tiene insieme materiali d’archivio, video d’epoca, fotografie, oggetti di scena, costumi e premi. Non è un elenco. È una sequenza che mette in evidenza il punto che conta davvero: Baudo ha attraversato decenni di Festival di Sanremo contribuendo a fargli cambiare pelle, a regolarne i tempi televisivi, a rafforzare quel patto con il grande pubblico che ancora oggi regge l’evento.
E qui mi concedo una piccola digressione, perché ci sta. Io ho sempre associato Baudo a una competenza rara: la gestione della diretta come disciplina. Non improvvisazione, ma controllo della scena, del ritmo, del non detto. Oggi siamo abituati a format “iper scritti” e “iper tagliati”, eppure paradossalmente la diretta sembra più fragile. Lui, invece, dava l’idea opposta: solidità!
Uno dei nuclei più riusciti della mostra è la parte immersiva. Il pubblico può cimentarsi nella simulazione della conduzione del Festival e perfino nell’interpretazione di brani iconici collegati alle sue edizioni. È una scelta che funziona perché sposta la memoria dal piano contemplativo a quello esperienziale. Non guardi soltanto, entri dentro il linguaggio. Da un punto di vista tecnico, è un esempio interessante di storytelling multimediale applicato a un archivio. L’archivio, da solo, rischia di parlare a pochi. Se lo “progetti” bene, invece, diventa accessibile senza perdere rigore. Qui il rigore c’è, e lo dico senza romanticismi.
All’interno del percorso è presente anche uno spazio visione dedicato al documentario del Tg1 curato da Leonardo Metalli, che ricostruisce la vita e la carriera del presentatore siciliano, inserendo l’esperienza sanremese in un quadro più ampio. È un passaggio importante, perché evita l’errore classico: ridurre Baudo a Sanremo e basta.
La mostra su Pippo Baudo è stata inaugurata martedì 24 febbraio alle ore 16.00, alla presenza dell’amministratore delegato Rai Gianpaolo Rossi, dei figli Tiziana e Alessandro e della storica assistente Dina Minna. C’erano anche le istituzioni locali, a partire dal sindaco di Sanremo Alessandro Mager, che ha sottolineato il legame affettivo tra Baudo e Sanremo, ricordando come avesse saputo “condurre al netto delle polemiche”. Un passaggio, quello sulle polemiche, che va letto bene. Baudo non è stato “fuori” dalle polemiche perché il Festival non ne avesse. Ci è stato perché aveva un profilo superiore al rumore di fondo, e questa è una competenza di reputazione, prima ancora che di palcoscenico.
C’è poi un dettaglio che dice molto del peso simbolico della figura: la figlia ha parlato dell’idea di una statua dedicata al padre, sul modello di quanto accaduto per Mike Bongiorno. Non c’è stata la possibilità di realizzarla in tempo per la settimana del Festival, ma il progetto è sul tavolo.
La mostra è gratuita e questo, in un contesto spesso commerciale, è una scelta che merita di essere evidenziata. Orari: lunedì 10.30-17.00, da martedì a domenica 10.30-19.00, ultimo ingresso 18.30, con possibili variazioni legate agli eventi collaterali.
Chi pensa che la mostra sia solo nostalgia si perde la parte più interessante. Raccontare Baudo oggi significa rimettere al centro un concetto che nel digitale spesso scivola via: la visione editoriale. Sanremo è un format, certo, ma è anche un’architettura culturale. Baudo, con tredici conduzioni e una presenza che ha segnato linguaggi e tempi, ha contribuito a definire “il moderno Festival di Sanremo”.
E, piaccia o no, questo è un pezzo di storia del Paese!


















