Parliamo di uomini e donne nati soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, oggi tra i 60 e i 75 anni, che non hanno alcuna intenzione di uscire di scena. Usano lo smartphone, prenotano viaggi online, fanno videochiamate con figli e nipoti, frequentano corsi, camminano, ballano, si innamorano, ricominciano. E soprattutto non accettano più che una data di nascita decida per loro identità, desideri e possibilità.
Fino a pochi decenni fa, a sessant’anni si era già “anziani”. La pensione rappresentava una soglia simbolica netta, quasi un invito a rallentare, farsi da parte, occuparsi dei nipoti e poco altro. Oggi quella fotografia appare sbiadita. I sessantenni di oggi hanno davanti, salute permettendo, un tratto di vita ancora lungo e spesso pieno di energia. Non a caso l’allungamento dell’aspettativa di vita ha modificato profondamente la percezione dell’età adulta avanzata.
La sexalescenza, però, non va confusa con il mito dell’eterna giovinezza. Non si tratta di voler imitare i ventenni, né di negare il tempo che passa. Anzi, il punto interessante è proprio l’opposto: molti sexalescenti non vogliono sembrare giovani, vogliono sentirsi pienamente vivi. È una differenza sottile, ma decisiva.
A vent’anni si cerca sé stessi. A sessanta, spesso, ci si conosce meglio. Si sa cosa vale davvero, cosa pesa inutilmente, quali compromessi non si è più disposti ad accettare. E questa consapevolezza cambia il rapporto con tutto: lavoro, corpo, relazioni, tempo libero, solitudine.
Anche il lavoro non ha più lo stesso significato. Per alcuni la pensione resta una liberazione sacrosanta. Per altri, invece, fermarsi del tutto sarebbe quasi innaturale. C’è chi continua a lavorare per passione, chi trasforma un interesse in attività, chi studia, chi scrive, chi si dedica al volontariato. Non è solo produttività. È bisogno di ruolo, presenza, utilità sociale. In fondo, nessuno vuole sentirsi archiviato mentre ha ancora idee, competenze e desiderio di contribuire.
Il discorso diventa ancora più interessante quando riguarda le donne. Le donne nate negli anni Cinquanta e Sessanta hanno attraversato rivoluzioni culturali profonde: femminismo, lavoro, autonomia economica, separazioni, maternità vissute in modi diversi, libertà personali conquistate spesso con fatica. Oggi molte di loro si prendono finalmente uno spazio che per anni hanno rimandato. Viaggiano, scelgono, tagliano rami secchi, investono su sé stesse. E, diciamolo, vengono ancora giudicate più degli uomini quando decidono di non essere soltanto nonne, mogli o madri disponibili a tempo pieno.
Qui la sexalescenza mostra il suo lato più politico: rivendica il diritto alla cura di sé anche dopo i sessant’anni. Non come capriccio, ma come forma legittima di libertà.
C’è poi il rapporto con la tecnologia. I sexalescenti non sono nativi digitali, ma migranti digitali. Hanno imparato da adulti a usare computer, smartphone, home banking, social network, applicazioni sanitarie, identità digitale. A volte con fatica, certo. Però lo hanno fatto. E questo adattamento merita rispetto, perché significa aver scelto di restare dentro il proprio tempo invece di subirlo da spettatori.
Naturalmente sarebbe ingenuo raccontare tutto questo come una favola luminosa. La sexalescenza non è accessibile a tutti nello stesso modo. Esistono pensioni basse, fragilità sanitarie, solitudine, disuguaglianze territoriali, liste d’attesa, famiglie lasciate sole davanti alla non autosufficienza. Per molti over 60 la nuova giovinezza resta più uno slogan che una possibilità reale. Ed è qui che la narrazione deve farsi adulta, evitando l’entusiasmo facile.
Perché la vera domanda non è se oggi si possa essere vitali a sessant’anni. La vera domanda è se la società sia pronta a riconoscere questa vitalità senza dimenticare chi resta indietro.
La sexalescenza, allora, non è soltanto una parola curiosa. È uno specchio del nostro tempo. Racconta un’Italia che invecchia, ma non vuole sentirsi vecchia. Un Paese dai capelli sempre più bianchi, ma ancora attraversato da desideri, competenze, passioni, contraddizioni.
E forse è proprio questa la lezione più preziosa: l’età non sparisce, ma può smettere di essere una gabbia. E a sessant’anni, oggi, non sempre si chiude un capitolo. A volte, molto più semplicemente, si cambia pagina.











