Per questo i primi dodici articoli, definiti i Principi fondamentali, della Carta Costituzionale non sono una semplice premessa solenne. Sono il cuore della Costituzione. Il suo codice genetico.
La parte in cui l’Italia repubblicana e democratica dichiara “chi vuole essere” dopo aver conosciuto “ciò che non vuole più diventare”.
Il 2 giugno 1946 gli italiani furono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica e ad eleggere l’Assemblea Costituente. Fu un passaggio enorme, anche perché per la prima volta le donne parteciparono al voto politico nazionale. Non un dettaglio di cornice, ma l’ingresso pieno della cittadinanza femminile nella storia istituzionale del Paese. L’Assemblea eletta contava 556 membri e al suo interno venne poi istituita la Commissione dei 75, commissione incaricata di predisporre il progetto costituzionale.
Di solito parliamo dei “padri costituenti”. È una formula certamente corretta, ma parziale. Accanto a figure come Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Meuccio Ruini e Piero Calamandrei, operarono anche ventuno donne, le “madri costituenti”. Nilde Iotti, Teresa Mattei, Lina Merlin, Maria Federici, Angela Gotelli, Teresa Noce e le altre che portarono nell’Assemblea una sensibilità politica nuova, maturata spesso nella Resistenza, nel lavoro sociale, nell’antifascismo, nella fatica concreta dell’emancipazione.
Ecco, questa cosa dovremmo ricordarla più spesso. La Costituzione non fu scritta soltanto da grandi giuristi e leader di partito. Fu il risultato di una mediazione alta tra culture politiche diverse, insieme ad una domanda di dignità che veniva dal Paese reale: operai, contadini, insegnanti, donne, reduci, partigiani, famiglie colpite dalla guerra.
I 12 Principi Fondamentali tengono insieme tutto questo con un equilibrio impressionante.
L’Articolo 1 afferma che l’Italia è “una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Non è una formula decorativa. Dopo il fascismo, che aveva subordinato la persona allo Stato e alla nazione intesa in senso autoritario, i costituenti scelgono il lavoro come fondamento della nuova legittimazione democratica. Il lavoro non come pura dimensione economica, ma come partecipazione, responsabilità, contributo alla vita collettiva.
L’Articolo 2 introduce un altro pilastro: i diritti inviolabili dell’uomo e i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Qui si vede benissimo il compromesso costituzionale tra personalismo cattolico, cultura socialista e tradizione liberaldemocratica. La persona viene prima dello Stato, ma non è isolata. Vive nelle formazioni sociali, nella famiglia, nel lavoro, nelle comunità, nelle associazioni. Diritti e doveri, libertà e solidarietà: la Costituzione non li contrappone, li tiene insieme.
L’Articolo 3 è forse uno dei più avanzati dell’intero costituzionalismo europeo del Novecento. La prima parte proclama l’uguaglianza formale davanti alla legge. La seconda va oltre e affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto libertà ed eguaglianza. È qui che la Carta Costituzionale diventa progetto politico e non una semplice fotografia dell’esistente. Lo Stato non deve limitarsi a dire che tutti sono uguali. Deve creare le condizioni affinché quell’uguaglianza sia effettiva.
E su questo terreno l’apporto delle madri costituenti fu decisivo. La parità tra uomini e donne, la tutela della maternità, il riconoscimento della dignità del lavoro femminile, l’accesso alla vita pubblica non entrarono nella Carta per automatismo. Furono il frutto di battaglie culturali precise, condotte in un contesto ancora fortemente segnato da stereotipi e resistenze.
Gli articoli successivi completano l’architettura valoriale della Repubblica.
L’Articolo 4 riconosce il diritto al lavoro e, insieme, il dovere di contribuire al progresso materiale o spirituale della società.
L’Articolo 5 tiene insieme unità nazionale e autonomie locali, evitando sia il centralismo cieco che la frammentazione.
L’Articolo 6 tutela le minoranze linguistiche, scelta tutt’altro che scontata in un Paese appena uscito da una dittatura nazionalista.
Gli Articoli 7 e 8 affrontano il rapporto tra Stato, Chiesa cattolica e Confessioni religiose. Anche qui il punto non è soltanto giuridico. È storico. L’Italia era, ed è, un Paese segnato da una fortissima presenza cattolica, ma la Costituzione costruisce un equilibrio: indipendenza reciproca tra Stato e Chiesa, libertà religiosa per tutte le confessioni, regolazione dei rapporti attraverso strumenti giuridici.
L’Articolo 9 è uno dei più belli, lasciatecelo dire senza troppi giri di parole. La Repubblica promuove cultura, ricerca scientifica e tecnica, tutela paesaggio e patrimonio storico e artistico. Oggi, dopo le modifiche costituzionali più recenti, lo stesso articolo include anche ambiente, biodiversità, ecosistemi e interesse delle future generazioni. Una norma nata nel dopoguerra riesce così a parlare direttamente al nostro presente climatico e ambientale.
L’Articolo 10 apre l’ordinamento italiano al diritto internazionale e riconosce il diritto d’asilo allo straniero cui sia impedito l’esercizio delle libertà democratiche nel proprio Paese.
L’Articolo 11, poi, contiene una delle formule più nette della Carta: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non “rinuncia”, non “limita”, non “disapprova”. “Ripudia”!
Il verbo ripudia porta dentro di sé una scelta morale, prima ancora che diplomatica.
Infine l’Articolo 12, con il tricolore, chiude i Principi fondamentali della Carta Costituzionale restituendo alla bandiera repubblicana un significato nuovo. Non più simbolo retorico di potenza, ma segno di una comunità democratica ricostruita sulle libertà costituzionali.
In tutta questa definizione di principi si comprende meglio il ruolo dei “padri e delle madri costituenti”. I primi portarono competenze giuridiche, visione istituzionale, cultura politica, capacità di mediazione tra partiti di massa. Le seconde inserirono nella discussione costituzionale temi che riguardavano la vita concreta delle persone, soprattutto delle donne, dei minori, delle famiglie, dei lavoratori esclusi dalla piena cittadinanza sociale.
Piero Calamandrei, nel celebre discorso agli studenti milanesi del 1955, spiegò che la Costituzione non è una macchina che, una volta accesa, procede da sola. È un pezzo di carta che vive solo se ogni generazione vi immette impegno, responsabilità, partecipazione.
È una lezione che oggi suona perfino più urgente.
Perché i 12 Principi fondamentali non sono una teca da museo né un rito da celebrare nelle ricorrenze ufficiali. Sono una bussola. Ci parlano di lavoro povero, disuguaglianze, diritti sociali, pace, ambiente, cittadinanza, pluralismo religioso, autonomia dei territori, dignità della persona. Tutti temi apertissimi, attualissimi, spesso irrisolti.
La Costituzione italiana resta viva proprio perché non pretende di cancellare il conflitto. Lo disciplina, lo rende democratico, lo inserisce dentro un quadro di garanzie comuni. E forse questa è la sua lezione più preziosa: una Repubblica non si regge soltanto sulle istituzioni, ma sulla capacità dei cittadini di riconoscersi in un patto condiviso.
I primi dodici articoli sono quel patto nella sua forma più limpida. Una promessa nata dalle macerie, scritta da uomini e donne che avevano conosciuto la dittatura e la guerra, affidata a noi non come un’eredità immobile, ma come una responsabilità quotidiana.














