La vicenda, avvenuta qualche giorno fa, si è conclusa rapidamente grazie alla prontezza del custode della cattedrale, al coordinamento tra la centrale operativa dei Carabinieri ed i militari dell’Esercito impegnati nell’operazione Strade Sicure. Eppure il clamore suscitato dall’episodio non dipende soltanto dal valore dell’oggetto recuperato, ma soprattutto dal significato che esso continua ad avere per la città.
Per comprendere fino in fondo la portata della notizia bisogna infatti guardare oltre la semplice cronaca. San Gennaro, per Napoli, non è soltanto il patrono religioso. È un elemento identitario, una presenza costante nella storia, nella cultura popolare e nella vita quotidiana dei napoletani.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, un cittadino straniero di quarantatré anni è entrato nel Duomo di Napoli durante l’orario di apertura e si è diretto con decisione verso l’altare dove è esposto il busto argenteo del santo. Con un gesto improvviso ha afferrato la mitria e ha tentato di allontanarsi velocemente.
L’intera sequenza si è consumata nel giro di pochi minuti.
Il custode si è accorto immediatamente di quanto stava accadendo e ha allertato il numero di emergenza 112. Grazie alle telecamere installate sul sagrato, la centrale operativa dei Carabinieri ha seguito in tempo reale gli spostamenti dell’uomo, guidando via radio una pattuglia dell’Esercito già presente nell’area. I militari lo hanno bloccato poco distante dalla cattedrale, trattenendolo fino all’arrivo dei Carabinieri che hanno proceduto all’arresto con l’accusa di tentato furto aggravato. La mitria è stata recuperata senza riportare danni significativi.
L’episodio dimostra quanto il coordinamento tra videosorveglianza, centrale operativa e presidi sul territorio possa rivelarsi determinante nella tutela del patrimonio storico e artistico.
Nelle prime ore successive alla diffusione della notizia si è creato un equivoco che è stato presto chiarito. L’oggetto sottratto non era la celebre mitria settecentesca custodita nel Tesoro di San Gennaro, bensì una raffinata opera realizzata nel Novecento e collocata sul busto esposto nel Duomo. Si tratta comunque di un manufatto artistico di pregio, valutato diverse migliaia di euro.
L’originale, realizzata nel 1713, è considerata uno dei massimi capolavori dell’oreficeria barocca europea. Con i suoi circa diciotto chilogrammi di peso e quasi quattromila pietre preziose incastonate tra diamanti, rubini e smeraldi, rappresenta uno dei tesori artistici più preziosi custoditi in Italia. La sua realizzazione fu resa possibile dalle donazioni di sovrani, nobili e semplici cittadini, testimonianza di una devozione che attraversava ogni ceto sociale.
Ridurre però l’episodio a una semplice distinzione tra originale e copia sarebbe fuorviante.
Per i fedeli e per molti napoletani quel busto costituisce un simbolo che va ben oltre il valore economico delle sue decorazioni. Ogni elemento che lo compone contribuisce a rappresentare un patrimonio culturale costruito nel corso dei secoli.
La vicenda ha riportato alla mente di molti il celebre film “Operazione San Gennaro“, diretto da Dino Risi nel 1966 con Totò e Nino Manfredi. Il parallelismo nasce quasi spontaneamente, anche se le analogie si fermano al riferimento simbolico. Nel film una banda di ladri progetta di impossessarsi del Tesoro di San Gennaro con un piano elaborato e ricco di colpi di scena.
La realtà racconta invece un gesto isolato, conclusosi nel giro di pochi minuti grazie all’efficacia dell’intervento delle forze dell’ordine. È curioso osservare come, a distanza di sessant’anni, quella pellicola continui a far parte dell’immaginario collettivo della città, riaffiorando ogni volta che la cronaca sfiora uno dei simboli più rappresentativi di Napoli.
Chi visita Napoli per la prima volta comprende rapidamente quanto il legame con San Gennaro sia qualcosa di unico.
Le celebrazioni dedicate al patrono di Napoli, il tradizionale rito della liquefazione del sangue e la straordinaria partecipazione popolare raccontano un rapporto che attraversa la fede, la storia e il senso di appartenenza di un’intera comunità.
È proprio questo il motivo per cui il tentativo di sottrarre la mitria ha suscitato un’emozione che va ben oltre il fatto di cronaca. Non è stato percepito semplicemente come il furto di un oggetto d’arte, ma come un gesto rivolto contro un simbolo condiviso, capace ancora oggi di unire credenti e non credenti.
Alla fine tutto si è risolto senza conseguenze permanenti. L’episodio lascia però una riflessione importante. La tutela del patrimonio culturale non significa soltanto proteggere beni di valore economico, ma preservare quei luoghi, quei manufatti e quei simboli che raccontano la storia di una comunità.
Per pochi minuti è sembrato che un piccolo frammento dell’anima di Napoli potesse essere sottratto. Il rapido recupero della mitria ha restituito serenità ai fedeli, ma soprattutto ha ricordato quanto sia ancora forte il legame tra la città e il suo patrono, un legame che continua a resistere al tempo, ai cambiamenti della società e persino agli episodi di cronaca che, per un istante, sembrano metterlo in discussione.














