Il 25 marzo 2025 la Commissione europea ha dato il via libera a 47 progetti dedicati a estrazione, lavorazione e riciclo di terre rare e metalli strategici. Una scelta che sembra distante dalla nostra quotidianità, ma che in realtà tocca da vicino il nostro futuro: dall’indipendenza energetica europea alla sicurezza tecnologica, fino alla competitività industriale.
Ogni epoca ha avuto il suo metallo guida. L’età del bronzo, l’età del ferro, perfino l’età dell’oro, che non a caso è entrata nell’immaginario collettivo come sinonimo di prosperità. Fin dall’inizio, la capacità di estrarre e lavorare i metalli ha segnato il passo delle civiltà.
Oggi non è cambiato nulla, se non la complessità. Se un tempo si trattava di forgiare armi o gioielli, oggi i metalli plasmano le nostre tecnologie invisibili. Sono ovunque: in un chip da pochi millimetri, nel magnete di un hard disk, nella fibra ottica che ci connette al mondo. Invisibili agli occhi, ma essenziali per l’economia globale.
La terminologia può creare confusione, perché “terre rare” non significa affatto “introvabili”. Si tratta di categorie precise, ciascuna con un ruolo industriale e geopolitico specifico.
Con “terre rare” si indica un gruppo di 17 elementi chimici (i 15 lantanoidi più lo scandio e l’ittrio). Sono presenti in natura in piccole concentrazioni, difficili da estrarre e separare dagli altri minerali. Il nome deriva proprio da questa complessità.
A cosa servono?
- Nei magneti permanenti dei motori elettrici e delle turbine eoliche.
- Negli schermi LED e OLED, dove ittrio, europio e terbio producono colori brillanti.
- Nei sistemi di difesa e aerospazio, dai radar ai missili di precisione.
- Nella medicina avanzata, ad esempio nelle risonanze magnetiche.
Per citare un dato impressionante: per costruire una singola turbina eolica servono oltre una tonnellata di terre rare.
I nomi di alcuni di questi materiali suonano familiari, altri molto meno: cobalto, gallio, germanio, tungsteno. Sono materiali che a scuola abbiamo incontrato solo come simboli sulla tavola periodica, ma oggi sono diventati protagonisti industriali.
Il cobalto è indispensabile per le batterie ricaricabili, il gallio e il germanio sono usati nei semiconduttori e nella fibra ottica, il tungsteno è fondamentale per applicazioni ad alta resistenza. Senza di loro, niente transizione digitale, niente energie rinnovabili.
Poi ci sono i cosiddetti metalli strategici, come oro, argento e rame. L’oro e l’argento custodiscono la stabilità finanziaria nei caveau delle banche centrali (almeno nel nostro immaginario collettivo), mentre il rame resta insostituibile per l’elettronica e le reti elettriche. Non sono soltanto materiali: sono strumenti di potere economico e politico.
Per decenni l’Europa ha scelto la via più semplice, quella di importare quasi tutto dall’estero. Ma oggi, con le tensioni geopolitiche e la necessità di garantire la transizione verde, questa dipendenza è diventata insostenibile.
Dal 2024 è in vigore il Critical Raw Materials Act, che fissa obiettivi chiari: almeno il 10% dell’estrazione, il 40% della lavorazione e il 25% del riciclo devono avvenire in Europa. Ma non solo, le autorizzazioni sono state snellite per accelerare l’attuazione dei progetti.
Le 47 iniziative approvate rappresentano la prima vera mossa europea verso l’indipendenza in questo settore. Non si tratta solo di scavare nuove miniere, ma di costruire filiere integrate, capaci di coprire estrazione, lavorazione e riciclo.
Il nostro Paese non dispone di grandi giacimenti di terre rare. Le risorse principali sono rame nelle Alpi e zinco in Sardegna. Nel 2025 riaprirà anche una miniera di fluorite in Sardegna, dopo dieci anni di inattività.
Ma, se non possiamo contare sulla ricchezza del sottosuolo, possiamo però puntare sull’ingegno. L’Italia è già tra i leader nel riciclo dei rifiuti elettronici, un settore strategico che riduce la dipendenza dall’importazione e genera valore economico.
Dei 47 progetti europei, quattro saranno in Italia, tra Toscana, Sardegna, Lazio e Veneto. L’impatto sarà notevole: meno costi per lo smaltimento all’estero, più posti di lavoro qualificati, nuove competenze industriali e accademiche.
Ma guardando al tema dei metalli rari dobbiamo renderci conto che non si tratta solo di una questione industriale ma, soprattutto, di una questione geopolitico.
La Cina controlla oltre il 60% della produzione mondiale e circa il 35% delle riserve. È il principale produttore, ma anche il dominus della raffinazione, fase cruciale della filiera che le conferisce un vantaggio competitivo ed un potere politico straordinario.
Gli Stati Uniti stanno cercando di ricostruire la propria autonomia con il sito di Mountain Pass. L’Australia si distingue per trasparenza e regolamentazione, mentre la Russia rimane un attore di peso ma condizionato dalle sanzioni e dall’instabilità geopolitica.
Un attore che finora è rimasto in ombra, ma che potrebbe cambiare gli equilibri geopolitici, è l’Ucraina. I suoi giacimenti di terre rare sono tra i più promettenti d’Europa. Non a caso, negli ultimi anni sono stati al centro di trattative diplomatiche delicate, persino utilizzati come leva nelle discussioni per una tregua tra Kiev e Mosca.
Per l’Unione Europea, l’Ucraina rappresenta una doppia opportunità: ridurre la dipendenza dalla Cina e, allo stesso tempo, rafforzare un alleato strategico al confine orientale. Ma le incognite restano: costi di estrazione elevati, guerra in corso e necessità di infrastrutture moderne per rendere quei giacimenti realmente operativi.
Africa e America Latina sono frontiere promettenti, ma con rischi altissimi: lavoro minorile, instabilità politica, scarso controllo ambientale. Per le imprese, il nodo sarà garantire tracciabilità e rispetto dei criteri ESG lungo tutta la filiera.
Senza terre rare, la transizione ecologica non è possibile.
Elementi come neodimio, praseodimio e ittrio sono indispensabili per i microchip, i data center e i sistemi di realtà aumentata. Senza di loro non avremmo 5G, intelligenza artificiale o smart city.
I motori elettrici ad alta efficienza utilizzano magneti permanenti a base di terre rare. Le batterie più avanzate, pur riducendone la quantità, ne integrano comunque alcuni componenti essenziali.
Le turbine eoliche e i pannelli solari avanzati, come dicevamo, dipendono da questi materiali per garantire efficienza e durata. Le terre rare sono, di fatto, la spina dorsale della green economy.
La dipendenza e l’impatto ambientale spingono la ricerca verso soluzioni alternative. Motori a induzione e a riluttanza stanno guadagnando spazio, riducendo l’uso di terre rare. Allo stesso tempo, si sperimentano ceramiche avanzate e compositi magnetici che possano sostituire neodimio e disprosio in alcune applicazioni.
Recuperare elementi preziosi dai RAEE (i rifiuti elettronici) è già oggi una via concreta per ridurre la domanda di nuove estrazioni. Le tecnologie di riciclo diventano sempre più efficienti, aprendo un nuovo mercato industriale.
Un esempio brillante arriva da Venezia: RARA Factory, spin-off di Ca’ Foscari, utilizza intelligenza artificiale per progettare leghe alternative, basate su elementi comuni come silicio e alluminio. L’obiettivo è ridurre i costi del 30-40% e creare una filiera nazionale più resiliente.
Le terre rare non sono più un tema per specialisti, ma il terreno su cui si giocano la transizione verde, l’innovazione digitale e la sovranità industriale.
Per l’Europa, la sfida è ridurre la dipendenza dalla Cina. Per l’Italia, la chiave sarà puntare su riciclo, ricerca e innovazione, trasformando i limiti geologici in opportunità economiche. Per l’Ucraina, invece, la posta in gioco è ancora più alta: diventare hub europeo delle terre rare e, al tempo stesso, rafforzare il proprio ruolo politico ed economico nel continente.
Alla fine, il vero metallo prezioso non è l’oro né le terre rare. È la nostra capacità di governare queste risorse con intelligenza e responsabilità. Perché senza di loro, nessuno dei nostri smartphone, dei nostri veicoli elettrici o delle nostre turbine eoliche funzionerebbe. E senza una governance sostenibile, il rischio è che il futuro ci scivoli tra le dita.









