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Tra carisma e potere: il rischio di clericalizzare la profezia – di José Carlos Enríquez Díaz

La recente riflessione di Xabier Pikaza nel suo blog sull’accesso delle donne al ministero ordinato, in particolare all’episcopato, ha riacceso un dibattito non nuovo, ma certamente urgente. Ciò che sorprende nel suo scritto non è tanto la tesi a favore del ministero femminile – un tema che merita una discussione onesta e aperta – quanto le contraddizioni che emergono confrontando la sua difesa dell’episcopato femminile con la visione della Chiesa che lui stesso ha sostenuto da anni.

Pikaza è stato, e continua a essere, una voce profonda nel pensiero teologico contemporaneo. La sua sensibilità a ciò che è marginale, la sua lucida critica delle istituzioni che si sono allontanate dal Vangelo e la sua difesa di un’ecclesiologia aperta, carismatica e samaritana lo hanno chiaramente distinto. È quindi più sorprendente che mai che su questo punto sembri ricadere in ciò che ha così spesso criticato: la clericalizzazione della sequela di Gesù.

Lui stesso ha scritto – e lo cito testualmente –: “Gesù era un laico, un predicatore spontaneo, senza studi o titoli particolari, all’interno delle tradizioni di Israele (in una linea profetica), ma al di fuori delle potenti istituzioni del suo ambiente (tempio, forse rabbinato). (…) Non ha avuto bisogno di poteri, di edifici propri o di funzionari retribuiti, ma ha proclamato la venuta del Regno di Dio, senza istituzioni specializzate”.

È difficile conciliare questa visione radicalmente carismatica, profetica e comunitaria di Gesù con la rivendicazione di un ministero femminile inteso in senso gerarchico. Perché ciò che in ultima analisi si sta chiedendo, non è semplicemente il riconoscimento dei doni, ma l’accesso alle strutture di potere ecclesiale, proprio quelle che Pikaza ha giustamente descritto come estranee al Regno predicato da Gesù.

La storia della Chiesa dimostra che i ministeri non sono emersi come caste di potere, ma come servizi concreti al Popolo di Dio, integrati in una comunità in cui tutti erano sacerdoti in virtù del battesimo. Lo stesso Pikaza ricorda chiaramente:

“All’inizio della Chiesa ci sono i Dodici, le donne che seguivano Gesù, poi Giacomo, suo fratello, gli apostoli, ecc. Ma essi non hanno formato un «corpo sacerdotale esclusivo» sul resto dei credenti, ma si integrano nella totalità del «corpo» sacerdotale della Chiesa (…). All’interno della Chiesa sacerdotale ci sono quindi molti ministeri”.

Se è così, perché trasformare il ministero ordinato in un trofeo istituzionale? Perché non promuovere con più audacia veri ministeri al di fuori della struttura clericale, più fedeli allo stile di Gesù, così come Lui stesso li ha vissuti e trasmessi?

L’argomentazione secondo cui un episcopato femminile sarebbe un passo in avanti verso l’uguaglianza sembra, in questo senso, una trappola concettuale. Perché non si tratta di «uguaglianza nel potere», ma di superare una logica di potere estranea al Vangelo. Gesù non ha scelto i suoi discepoli per formare un’élite sacra. Piuttosto, ha detto loro: “Tra voi non sarà così” (Mt 20,26). Vogliamo recuperare questo oggi o riprodurre il contrario?

C’è un testo di Paolo che vale la pena ricordare, soprattutto di fronte a proposte di ordinazione affrettate, che dice: “Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno” (1 Tm 5,22). Non si tratta di sfiducia verso le persone, ma di un criterio di prudenza e di discernimento spirituale. Trasformare il legittimo desiderio di riconoscimento in un atto di ribellione alla struttura, cercando al contempo l’integrazione al suo interno, è un gioco ecclesiale pericoloso, che, anziché costruire comunità, la logora e la frammenta.

L’atteggiamento di queste donne, sebbene abbiano motivazioni, non contribuisce al cammino sinodale né a una vera trasformazione ecclesiale. Non si può costruire la comunione attraverso la disobbedienza attiva o la pubblica sfida ai pastori della Chiesa. Invece di dare testimonianza di libertà evangelica, il loro gesto è stato percepito come una provocazione. E, cosa ancora più grave, danneggia lo stesso movimento di rinnovamento ecclesiale, che ha bisogno più di comunione che di protagonismo.

Pertanto, caro Xabier, con rispetto fraterno, ma con fermezza, ti ricordiamo le tue parole, che continuano ad essere una luce per molti:

«Gesù era convinto che solo ai margini (al di fuori delle istituzioni del sistema) si potesse affermare l’opera di Dio, la nuova umanità, perché il Regno appartiene ai poveri. Non ha fatto ricorso al denaro, alle armi né ha formato una schiera di funzionari, ma ha annunciato la venuta del Regno di Dio, senza istituzioni specializzate.

 

Non perdiamo di vista questo. Il Regno non ha bisogno di titoli, né di ranghi, né di vescove «di inclusione». Ha bisogno di testimoni, di servitori, di amici dei poveri. E se questo posto è ai margini, benedetto sia. Perché è lì che Gesù ha iniziato.

E come dice la Scrittura: “Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo?” (1 Cor 1,20).

E per concludere, vale la pena chiederci sinceramente: cosa cercano veramente alcune donne in questa lotta? Un autentico desiderio di servire il Popolo di Dio e i più bisognosi, seguendo l’esempio di Gesù ai margini, o forse è un assalto al prestigio ed alle strutture di potere così spesso criticate? Questa distinzione non è di poco conto, perché il carisma autentico è sempre accompagnato da umiltà e dedizione, mai da protagonismo o ribellione per ambizione personale.

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Lorenzo Tommaselli
Lorenzo Tommaselli
Lorenzo Tommaselli è docente di lettere classiche presso il Liceo “Alfonso Maria de’ Liguori” di Acerra (NA). È stato docente invitato di lingue classiche presso la PFTIM dell’Italia meridionale, sez. San Luigi. Traduttore e curatore di testi di Jacques Gaillot e José María Castillo, si occupa di animazione biblica in gruppi di base.

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