La ricerca scientifica continua a esplorare nuove strade nella lotta contro il tumore ovarico, una delle forme di cancro ginecologico più difficili da trattare nelle fasi avanzate. Negli ultimi anni l’attenzione degli studiosi si è concentrata non solo sulle cellule tumorali, ma anche sull’ambiente che le circonda e che spesso favorisce la crescita e la diffusione della malattia. È proprio in questo contesto che si inserisce un nuovo studio condotto dalla Duke University School of Medicine e pubblicato sulla rivista Nature Communications, secondo cui il bezafibrato — farmaco utilizzato da tempo per ridurre trigliceridi e colesterolo — potrebbe contribuire a indebolire le difese naturali del tumore ovarico.
Il lavoro, coordinato dai ricercatori Jen-Tsan Chi e Yasaman Setayeshpour, ha analizzato dati provenienti da esperimenti di laboratorio e da campioni biologici prelevati da pazienti affette da tumore ovarico avanzato. Al centro della ricerca vi è l’ascite, l’accumulo di liquido nell’addome che rappresenta una condizione molto frequente nelle donne colpite da questa patologia.
Secondo gli studiosi, l’ascite non si limita a essere una conseguenza del tumore, ma svolge un ruolo attivo nel favorire la sopravvivenza delle cellule cancerose e la loro diffusione nell’organismo. “Abbiamo scoperto che l’ascite conferisce al tumore un vantaggio in termini di sopravvivenza, colmando una lacuna importante nella comprensione dei meccanismi con cui il cancro ovarico si diffonde”, ha spiegato Jen-Tsan Chi.
Normalmente il liquido ascitico viene drenato per alleviare sintomi come dolore addominale, difficoltà respiratorie e ridotta mobilità. Tuttavia, la ricerca ha evidenziato che questo fluido può anche proteggere le cellule tumorali dalla ferroptosi, una particolare forma di morte cellulare legata all’ossidazione e alla presenza di ferro all’interno delle cellule. La ferroptosi si verifica quando il ferro reagisce con alcuni grassi presenti nella cellula, provocando danni irreversibili alla membrana cellulare fino alla distruzione della cellula stessa. Molte cellule metastatiche del tumore ovarico, soprattutto quelle che si spostano liberamente nella cavità addominale alla ricerca di nuovi siti da colonizzare, risultano particolarmente vulnerabili a questo processo.
Nel corso dello studio, i ricercatori hanno immerso cellule tumorali in campioni di liquido ascitico raccolti dalle pazienti, osservando come queste reagissero agli stimoli capaci di indurre la ferroptosi. I risultati hanno mostrato che l’ascite proteggeva le cellule cancerose alterando il metabolismo dei grassi e il controllo dei livelli di ferro, impedendo così la morte cellulare.
Gli scienziati hanno inoltre scoperto che questo effetto protettivo era legato soprattutto ai lipidi presenti nel liquido ascitico. “Abbiamo scomposto il liquido ascitico nei suoi componenti principali — lipidi, proteine e piccole molecole — e abbiamo capito che i lipidi erano responsabili dell’effetto protettivo”, ha spiegato Chi.
È in questo scenario che entra in gioco il bezafibrato. Il farmaco, già utilizzato da anni per il trattamento dei disturbi lipidici, sarebbe in grado di modificare il modo in cui l’organismo elabora i grassi, ripristinando la sensibilità delle cellule tumorali alla ferroptosi. In altre parole, potrebbe rendere il tumore nuovamente vulnerabile ai meccanismi di morte cellulare naturale e, di conseguenza, ai trattamenti oncologici.
Secondo i ricercatori, l’efficacia del bezafibrato dipende proprio dall’ambiente circostante il tumore: intervenire su questo ecosistema potrebbe aprire nuove prospettive terapeutiche non solo per il cancro ovarico, ma anche per altri tumori che si diffondono nella cavità addominale, come quelli del colon-retto e del pancreas.
La ricerca rappresenta dunque un passo importante verso una maggiore comprensione dei meccanismi che permettono ai tumori di resistere alle terapie. Pur trattandosi di risultati preliminari, lo studio conferma quanto il microambiente tumorale giochi un ruolo decisivo nella progressione della malattia. “I fluidi biologici come l’ascite — conclude Chi — non si limitano a fornire alle cellule cancerose un mezzo in cui muoversi, ma contribuiscono attivamente alla diffusione del cancro”.












