Il turismo italiano continua a macinare record. Nel 2024, secondo i dati Istat, il nostro Paese ha raggiunto 139,6 milioni di arrivi e 466,2 milioni di presenze turistiche nelle strutture ricettive, il valore più alto mai registrato. Rispetto all’anno precedente, gli arrivi sono cresciuti del 4,5% e le presenze del 4,2%.
Numeri che raccontano un settore vitale e una capacità di attrazione che pochi Paesi possono permettersi. Ma siamo sicuri che basti contare i turisti per stabilire quanto una destinazione stia realmente bene? La domanda può sembrare provocatoria, ma è proprio qui che la discussione sull’overtourism diventa interessante.
Un territorio può avere alberghi pieni, ristoranti affollati, musei con lunghe file e statistiche da record e, contemporaneamente, diventare un luogo nel quale vivere è sempre più complicato. Il problema non è necessariamente avere molti turisti. Nasce quando l’intero territorio comincia progressivamente a organizzarsi quasi esclusivamente intorno alle esigenze di chi arriva, trascurando quelle di chi rimane.
Le abitazioni diventano strutture ricettive, il commercio di prossimità lascia spazio alle attività rivolte ai visitatori, alcuni servizi cambiano funzione. Poco alla volta il centro storico rischia di trasformarsi da luogo abitato in prodotto turistico. Ed è qui che compare il paradosso. Ciò che appare come un successo osservando gli indicatori turistici può non coincidere con la salute della comunità.
Anche perché i flussi sono tutt’altro che distribuiti uniformemente. Nel 2024 i primi cinquanta comuni italiani per numero di presenze hanno concentrato 197,4 milioni di pernottamenti, pari al 42,3% dell’intero movimento nazionale. Roma da sola ha superato 42,7 milioni di presenze, seguita da Milano con circa 14,1 milioni e Venezia con 13,3 milioni. Il turismo italiano, quindi, cresce, ma una parte consistente della domanda continua a concentrarsi su un numero relativamente limitato di destinazioni.
Siamo abituati a descrivere tutto questo con una parola, overtourism. Troppi turisti!
È una definizione efficace, forse persino troppo. Perché rischia di spostare automaticamente la responsabilità sul numero dei visitatori quando, in molti casi, sarebbe più utile interrogarsi sulla capacità di governarli. Trasporti, mobilità, parcheggi, gestione degli accessi, affitti brevi, servizi pubblici, distribuzione territoriale dei flussi e destagionalizzazione fanno parte dello stesso problema.
Una destinazione non è semplicemente un insieme di attrazioni da promuovere. È un sistema nel quale convivono amministrazioni, imprese, lavoratori, residenti e visitatori. Quando questi soggetti non vengono coordinati, il successo turistico può trasformarsi in congestione.
Venezia costituisce il caso italiano più evidente. Dal 2024 la città sperimenta il Contributo di accesso per i visitatori giornalieri in determinate giornate. Nel 2025 il sistema è stato applicato per 54 giorni, con oltre 720 mila voucher a pagamento. Nel 2026 le giornate sono diventate 60 e i dati provvisori comunicati dal Comune indicano 679.553 voucher a pagamento, accompagnati da una diminuzione della media giornaliera rispetto al 2024. Non significa che Venezia abbia trovato la formula definitiva. Significa, però, che sta sperimentando strumenti per conoscere e governare meglio la pressione dei flussi.
C’è poi un livello ancora più profondo.
Il turismo è una risorsa straordinaria quando genera reddito, occupazione, servizi e opportunità. Diventa più fragile quando si trasforma in dipendenza. Un territorio costruito quasi esclusivamente intorno alla ricettività rischia infatti di ridurre progressivamente le alternative. E questo riguarda soprattutto chi dovrebbe immaginare lì il proprio futuro.
Per questo, agli indicatori tradizionali dovremmo forse affiancarne altri. Non soltanto arrivi, presenze e capacità ricettiva, ma andamento della popolazione residente, disponibilità delle abitazioni, qualità dell’occupazione, servizi, imprese non turistiche e capacità di trattenere giovani e competenze.
Il punto, alla fine, non è scegliere tra turisti e residenti. Sarebbe una contrapposizione tanto facile quanto sterile. La vera sfida è costruire destinazioni turistiche nelle quali il turismo rimanga parte di un ecosistema economico e sociale più ampio. In pratica, forse dovremmo cambiare la domanda. Non chiederci soltanto quante persone desiderano visitare un luogo, ma quante continuano a desiderare di viverci. È probabilmente questo il dato che, più di ogni altro, misura il successo di una destinazione.












