Medan ci accoglie con il suo caldo afoso, che toglie il respiro, denso e soffocante, come il traffico che scorre impetuoso tra le sue vie e che sembra sempre sul punto di travolgerti a ogni incrocio. Scooter sfrecciano freneticamente ovunque e anche attraversare la strada, da pedone, diventa un gioco tra vita e morte.
Ma Medan non è una città costruita per i pedoni, mi bastano pochi minuti per capirlo.
Medan, nonostante la sua grande popolazione, circa due milioni di abitanti, sembra voglia costringere chiunque abiti quella città a muoversi con scooter o carretti. Di marciapiedi, infatti, non c’è quasi traccia e i pochi presenti, sono costellati da buche.
Sono arrivata a Sumatra senza la minima idea di ciò che mi avrebbe aspettato. Immaginavo campi estesi di riso e alberi rigogliosi ovunque, proprio come ciò che avevo trovato in altri luoghi in Indonesia, ma Medan è tutt’altro che questo, Medan è caos, smog, lamiere e cemento.
Camminiamo e tutti ci fissano. Leggo giudizio negli occhi delle donne che qui girano velate, divertimento e curiosità negli uomini che vedono una straniera bionda camminare in un luogo ben poco battuto dai turisti.
Qui in pochi capiscono e parlano l’inglese, comunicare diventa difficile. Tutti ci osservano, ci indicano, ci seguono con lo sguardo. Siamo alieni in un mondo popolato da umani.
Per la prima volta nella nostra vita, sperimentiamo, seppure solo per un attimo, cosa significa sentirsi fuori posto, percepiti come “diversi”. È una sensazione straniante, quasi di spaesamento sociale. Improvvisamente ci ritroviamo dall’altra parte dello sguardo, quello che giudica, esclude, o semplicemente non capisce.
È un’esperienza che ci costringe a confrontarci, anche solo in minima parte, con ciò che tante persone vivono ogni giorno: chi è straniero, nuovo, diverso, chi viene discriminato per il colore della pelle, per lingua o origine.
Ma c’è una grande differenza: loro davanti al diverso non reagiscono con rigetto, ma con curiosità, con interesse, rispetto e soprattutto con tanti sorrisi. In loro percepisco la stessa genuinità che caratterizza i bambini, quando scoprono il mondo, nei loro primi anni di vita. Infatti, tutti si affacciano dalle loro piccole case in lamiera o corrono nelle strade per ammirare più attentamente lo spettacolo di quei due stranieri dal naso grande in giro per la città. In questo luogo la povertà è dilagante ma sembra che ciò non intacchi il sorriso della gente che appena ci vede ci saluta calorosamente, quasi fossimo una celebrità a lungo attesa.
Dall’aeroporto abbiamo preso un taxi che ci ha portato diretti all’hotel che avevamo riservato. 14 euro per una camera Deluxe. In hotel non accettano pagamenti con carta, solo contanti. Si fanno in quattro per aiutarci, chiamano il direttore dell’hotel che cordialmente si presenta e ci stringe la mano.
Appena entrati in camera non è difficile notare le tante piccole blatte che corrono un po’ ovunque sul pavimento. Chiediamo di cambiare stanza, loro si dimostrano apparentemente dispiaciuti, ma il risultato non cambia.
A malincuore decidiamo di cambiare hotel e dentro di me cresce un sentimento di quasi vergogna nel provare ribrezzo per un qualcosa che probabilmente per loro corrisponde alla normalità.
Optiamo per un secondo hotel, budget ancora più basso, 10 euro a notte.
Un ragazzo gentile all’entrata si offre di mostrarci le camere prima del pagamento.
Purtroppo, la situazione che ci troviamo davanti è molto similare a quella precedente: scarafaggi e naftalina buttata nella doccia “per profumare’’.
Mi vergogno sempre di più di quella mia fortuna ad essere nata in così tanta agiatezza. Ma non posso evitare di provare ribrezzo all’idea di dormire su quel materasso.
A quel punto, esausti, dopo un giorno di viaggio e avventure difficili, ci fiondiamo in un hotel 4 stelle che per soli 34 euro in due, ci offre una stanza pulita e accogliente, asciugamani, lenzuola pulite e colazione a buffet inclusa.
Alla reception sono ancora una volta gentilissimi e disponibili e ci indicano due punti in cui poter comprare una sim per il cellulare. Decidiamo di andare al centro commerciale più vicino per cercarla. Dieci minuti di strada si trasformano in un percorso a ostacoli con salti e corse ai semafori per evitare di farci investire.
Il centro commerciale è grande, pulito e fresco. Luminose le insegne delle marche europee che ci accecano. Il contrasto con l’esterno è spiazzante. Non hanno la sim, proveremo domani al secondo indirizzo che ci hanno suggerito in hotel.
Il giorno dopo, dopo una ricca colazione, saltiamo su due grab e ci dirigiamo al luogo in cui avremmo affittato un grande scooter per affrontare le due ore e mezza di viaggio fino a Bukit Lawang, la nostra destinazione tanto agognata.
Lo staff è sensazionale, sono di una accortezza estrema. Ci affidano il loro miglior scooter, con porta bagagli e caschi nuovi di zecca. Ci riempiono di foto per i loro social e non fanno altro che preoccuparsi che tutto sia perfetto.
Iniziamo il viaggio con una sola cosa in testa: raggiungere la natura.
Il sole è come quello di Bali picchia forte anche se nascosto fra le nuvole.
Più maciniamo chilometri e più il panorama attorno a noi cambia aspetto e colore, fino a diventare finalmente verdissimo.
Ci sono palme ovunque attorno a noi.
L’Indonesia è il principale produttore mondiale di olio di palma, con Sumatra che registra una produzione annua di circa 46-47 tonnellate per ettaro. Non lo sapevo.
Ci fermiamo a mangiare in un Warung sulla strada puntellata di palme, io non prendo nulla, ancora piena dalla colazione. Una signora dolce e premurosa interrompe la visione del suo programma preferito per cucinare per noi, come potrebbe fare una nonna.
Dopo due ore e mezza siamo arrivati a destinazione pronti per l’avventura che ci avrebbe aspettato il giorno dopo.
Sveglia alle 7, colazione e partenza alle 9 con uno zaino contenente solo un cambio, un costume e una torcia. Il minimo necessario per la nostra permanenza nella giungla.















