C’è un momento, in questa storia, che più di ogni altro dovrebbe scuoterci. Non è solo la violenza brutale, cieca, ripetuta. Non è nemmeno la ferocia di un gruppo che si accanisce su un uomo già a terra. È lo sguardo di un bambino di undici anni costretto ad assistere all’uccisione del padre. Un’immagine che nessuna società civile dovrebbe mai tollerare, e che invece oggi ci racconta con crudezza dove stiamo precipitando.
Giacomo Bongiorni è morto così: colpito a pugni e calci con una sequenza rapida, spietata, senza alcuna possibilità di difesa. Attorno a lui, la sua famiglia dopo una serata tranquilla a Massa Carrara. Davanti a lui, un gruppo di giovani che, per un rimprovero, ha trasformato una sera qualunque in un’esecuzione. Non un regolamento di conti, non una vendetta, non un conflitto pregresso. Solo violenza pura, improvvisa, incontrollata. Il cosiddetto “dolo d’impeto”, lo definiscono gli inquirenti. Ma dietro questa formula giuridica si nasconde qualcosa di ben più inquietante: la totale assenza di freni morali.
È qui che il caso smette di essere solo cronaca nera e diventa una questione politica, sociale, culturale. Perché sempre più spesso il volto della violenza è quello di gruppi di giovanissimi. Branchi che si muovono nelle città come se tutto fosse loro concesso. Che agiscono senza paura, senza rispetto, senza conseguenze. Minori, in molti casi. E proprio questa condizione sembra trasformarsi, di fatto, in uno scudo.
Non si tratta di criminalizzare un’intera generazione. Sarebbe sbagliato e ingiusto. Ma è altrettanto sbagliato fingere che non esista un problema crescente: quello di una violenza giovanile che si alimenta di impunità percepita, di vuoti educativi, di assenza di controllo reale sul territorio. In questa vicenda ci sono elementi che dovrebbero far riflettere profondamente: gli aggressori non erano sotto effetto di alcol o droghe, non c’era una pianificazione, non c’era un motivo. C’era solo la disponibilità immediata alla violenza. La normalità del colpire, del distruggere, del continuare anche quando la vittima è già a terra.

E allora la domanda diventa inevitabile: cosa stiamo diventando? Non basta organizzare fiaccolate, proclamare lutti cittadini o invocare “sobrietà”. Sono gesti importanti, ma non sufficienti. Perché il problema non è solo emotivo, è strutturale. È un problema di sicurezza, di educazione, di giustizia.
Serve il coraggio di dirlo chiaramente: oggi le regole non bastano, e quando ci sono non vengono applicate con la necessaria fermezza. Il risultato è una crescente percezione di impunità, soprattutto tra i più giovani. Se a questo si aggiungono contesti familiari fragili, integrazione fallita e territori lasciati senza presidio, il terreno è perfetto per la nascita del branco. Uno Stato serio non può limitarsi a rincorrere le emergenze. Deve prevenirle. E per farlo servono tre cose, semplici ma fondamentali: presenza, regole, conseguenze.
Presenza delle istituzioni nei territori, nelle piazze, nei luoghi dove questi episodi nascono. Regole chiare, che non lascino spazio ad ambiguità o giustificazioni. E soprattutto pene certe, applicate davvero, anche quando si tratta di minori. Perché educare significa anche responsabilizzare. E responsabilizzare significa far capire che ogni azione ha un prezzo.
La morte di un uomo davanti al figlio non può essere archiviata come un episodio isolato o una tragica fatalità. È il segnale di qualcosa che non funziona più. E ignorarlo, o peggio minimizzarlo, sarebbe il modo più rapido per preparare la prossima tragedia.
Quel bambino porterà per sempre dentro di sé ciò che ha visto. La domanda è: noi, come società, cosa vogliamo portare avanti? L’indifferenza o il coraggio di cambiare?
Perché continuare così non è più un’opzione.

















