In un’epoca in cui notifiche, e-mail e social network scandiscono ogni istante della giornata, ritagliarsi uno spazio di silenzio è diventato un lusso raro. Proprio per rispondere a questa esigenza, l’Università di Genova ha inaugurato le prime “stanze della disconnessione”: ambienti pensati per fermarsi, respirare e recuperare lucidità mentale lontano da schermi e distrazioni.
All’interno di queste stanze non ci sono monitor né connessioni digitali: solo elementi essenziali come una poltrona, un tavolino con una pianta, un fasciatoio e una porta da chiudere, contrassegnata dal cartellino “Non disturbare”. Un invito chiaro a lasciare fuori il rumore del mondo digitale per dedicarsi a sé stessi.
Le prime due stanze sono state allestite presso il Dipartimento di Farmacia, nelle sedi di Sturla (viale Cembrano) e San Martino. Ma il progetto è destinato a crescere: sono già previste nuove aperture all’Albergo dei Poveri e nel campus di Savona.
L’obiettivo è offrire un luogo multifunzionale, accessibile a tutta la comunità accademica. Qui è possibile: concedersi una pausa rigenerante, ritrovare concentrazione e calma, pregare o meditare, allattare, assumere farmaci in tranquillità, vivere un momento emotivo senza pressioni.
Come sottolinea la direttrice del Dipartimento di Farmacia, Anna Maria Pittaluga, si tratta di “spazi dedicati al benessere psicofisico e alla qualità della vita accademica”, pensati per contrastare stress, sovraccarico e iperconnessione.
Le stanze della disconnessione nascono anche grazie al progetto Prisma (“Promuovere risorse individuali e sociali nel mondo accademico”), un’iniziativa nazionale che coinvolge otto università italiane. L’obiettivo è chiaro: rafforzare il benessere psicologico degli studenti attraverso ricerca, formazione, servizi di counseling e attività di sensibilizzazione su salute mentale e inclusione.
L’iniziativa si inserisce inoltre nel Piano di Azioni Positive 2022-2024 dell’ateneo, che punta a creare un ambiente universitario più accogliente, equo e attento alle esigenze di chi lo vive ogni giorno. A rendere ancora più urgente questo tipo di interventi sono i numeri legati alla dipendenza digitale. Secondo l’Osservatorio Scientifico sull’Educazione Digitale promosso da Social Warning – Movimento Etico Digitale, su oltre 20 mila studenti italiani tra gli 11 e i 18 anni:
- il 77,5% si sente dipendente dai dispositivi digitali
- il 41,8% parla di dipendenza moderata
- il 33,3% di dipendenza lieve
- solo il 22,5% dichiara di non esserlo affatto
Dati che, pur riferendosi a una fascia d’età più giovane, anticipano una tendenza destinata a proseguire negli anni universitari, rendendo sempre più necessario intervenire con strumenti concreti. Le “stanze della disconnessione” rappresentano molto più di un semplice spazio fisico: sono un segnale culturale. In un mondo che premia la connessione continua e la produttività senza pause, l’idea di fermarsi diventa quasi rivoluzionaria.
Offrire un luogo dove il tempo rallenta, dove il silenzio è protetto e dove l’attenzione torna su sé stessi significa riconoscere che il benessere mentale non è un lusso, ma una necessità. E forse proprio da una stanza senza schermi può nascere una nuova consapevolezza: quella che, per restare davvero connessi, ogni tanto bisogna imparare a disconnettersi.
Notizia approfondita dall’articolo di Repubblica Genova

















