Nessuno di noi ha potuto scegliere di venire al mondo, è qualcosa alla quale non possiamo sottrarci. Ed ora che abitiamo questo mondo, siamo chiamati a viverlo, a scoprirlo, a prendere delle decisioni, ad amare, a soffrire, a lasciare che ogni emozione ci attraversi, a cercare di affrontare qualsiasi situazione ci si presenti davanti nel modo migliore possibile.
Questa non è la storia di una ragazza che ha sempre saputo quale fosse la sua strada, né di qualcuno che ha condotto tutta la sua vita con un obiettivo chiaro in mente.
È la storia di una ragazza, certo testarda e volenterosa, ma che viveva spinta da un unico motore: la curiosità.
Da bambina parlava poco. E con attenzione osservava il mondo, ne coglieva i dettagli, accumulava domande, segno di una curiosità vigile. Con occhi affamati toccava, annusava, sentiva, cercava di andare oltre le apparenze, per cogliere l’essenza di ciò che aveva davanti.

È stata quella stessa curiosità a portarla a viaggiare da sola e a studiare e parlare quattro lingue diverse, convinta che ogni lingua fosse una chiave per accedere a un mondo nuovo.
Quella curiosità l’ha spinta a cambiare spesso città, a cercare sempre stimoli nuovi, a mettersi alla prova costantemente.
E forse è proprio quella stessa curiosità che oggi le fa intuire quanto ci sia ancora da scoprire anche su sé stessa, e che la porta a desiderare di trasformare quel bisogno insaziabile di comprendere, quella ricerca costante di senso, in un mestiere.
Quella ragazza sono io. Mi chiamo Francesca, anche se per tutti i miei amici sono Sole.
Quando ero piccola mia madre mi chiedeva spesso perché agissi o meno in un determinato modo e le rispondevo “come mai si o come mai no” a seconda se l’avevo fatto di proposito o meno. Era il modo più spontaneo, forse semplicistico, di rispondere a delle questioni troppo complicate per una bambina di 4 anni. Ed ora, ora che di anni ne ho 28, le domande sono io stessa a farmele. Non sempre trovo risposte così ho deciso di andarle a cercare in giro per il mondo, viaggiando, esplorando e parlando con persone lontane e vicine. Persone normali ed incredibili allo stesso tempo.
L’estate scorsa sono partita da sola per l’Asia. Non era la prima volta che viaggiavo in solitaria, avevo già viaggiato tante volte da sola in Europa. Ma questa volta era diverso: ero entusiasta ed eccitata all’idea di percorrere un viaggio così lontano che sentissi completamente e unicamente mio. La parola ‘’sola’’ a qualcuno potrebbe far paura, siamo infatti stati educati fin da piccoli ad associare questa parola ad un’altra, ovvero ‘’infelice’’. Essere soli per molti equivale ad essere tristi e ripudiati dalla società. Eppure, io, in quell’essere ‘’sola’’ avevo trovato la mia libertà, la mia creatività. Nessuna aspettativa da soddisfare, nessun ruolo da interpretare. Solo spazio, finalmente, per ascoltarmi davvero. È lì che la mia creatività ha ripreso fiato, il mio corpo ha ripreso ad ascoltarsi, libero di esprimersi senza dover aderire a modelli esterni o standard imposti dalla nostra società.
La rinnovata percezione che avevo di me stessa, nuova e sconosciuta a quei luoghi prima da me solo immaginati, mi rendeva euforica.

Essere soli è il punto di partenza per far accadere tutto ciò che può accadere, per farci aprire al mondo, per leggerlo in mille modi possibili e accoglierne le infinite occasioni che ci mette a disposizione, senza precluderne neanche una.
Sola sono partita per l’Indonesia, ricca e piena ne sono tornata.
L’Indonesia mi ha dato le risposte che cercavo. Ho preso coscienza ancor di più di chi sono e di cosa cerco in questa vita. Durante quel mese in Indonesia ho avuto il privilegio di ascoltare storie di persone incredibili e normali che avevano vissuto in modi che a noi europei, non è dato neanche immaginare. Improvvisamente davanti a me si aprivano così tanti orizzonti diversi, strade che prima d’allora avevo forse scelto di ignorare, relegandole nel mio cuore tra i sogni impossibili. In quelle terre selvagge ho capito che nulla era scritto, che io e solo io avevo il potere e il dovere di decidere sul mio destino.
Sono passati mesi da quel viaggio che ha cambiato tutto in me.
E quest’estate ho deciso di ritornarci in Indonesia.
E ho deciso di condividere con voi la mia esperienza, raccontare storie che non trovano spazio. Voglio dar voce a chi troppo spesso resta inascoltato. Voglio far riflettere, stimolare domande, generare confronto. Perfino, se possibile, essere motore per un cambiamento.

Il desiderio che da bambina mi spingeva a cercare storie, a fare domande e inseguire risposte, oggi chiede di concretizzarsi. Ed è a quel desiderio che ho scelto, con lucidità e passione, di dare una speranza.
Se siete curiosi, se volete provare a vivere le emozioni che ho provato io, a lasciare che sia la mia anima a fare da filtro, attraverso le mie parole e l’aiuto visivo delle foto pazzesche di Bartolo Mercadante, leggetemi. E fatemi sapere se sono riuscita nell’intento, se anche solo per un attimo vi ho trascinati davvero in quei luoghi sperduti dell’Indonesia e del mondo intero.
Le storie di chi viaggia sono le storie di tutti noi. Quelle che raccontano di mille altre vite che avremmo potuto sperimentare se solo fossimo nati in luoghi, tempi e contesti diversi.
Perché sono convinta che di storia ne esista una sola, che ci attraversa e ci lega tutti. Una storia che ci chiama in causa ogni volta che la vita ci invita ad agire nel mondo, come missionari consapevoli, responsabili delle nostre scelte e delle loro conseguenze lungo il nostro cammino.

















