Basterebbe premere un tasto e spegnere gli schermi di smartphone e tablet quando i social pubblicano video violenti e poco educativi oppure quando le serie tv on demand sono vietate ai minori, ma nessuno controlla o nessuno può controllare e prevenire.
Basterebbe premere un tasto, ma non è così semplice. Anzi, sembra che non ci sia una seria volontà ad applicare una regolamentazione che possa evitare tragedie, come quella avvenuta qualche giorno fa nella scuola a La Spezia con l’accoltellamento e la morte del giovane Youssef Abanoub per mano del compagno Atif Zouhair.
Oggi tutti siamo sbigottiti, increduli, ci poniamo domande senza risposte ed assistiamo alla disperazione dei suoi genitori e amici, ma nel contempo per l’assassino è stato tutto normale e logico: prendere un coltello a casa, portarlo a scuola e uccidere.
Chi avrebbe dovuto impedire e fermare tutto ciò?
Criminali spietati, serial killer, sparatorie e linguaggi violenti: per molti giovani, sono diventati pane quotidiano. E non si tratta più di fenomeni marginali o di nicchia. La violenza, in tutte le sue forme, si è ormai infiltrata nella “dieta mediatica” delle nuove generazioni attraverso social network, videogiochi, musica e serie tv.
Lo rivela anche un’indagine condotta da Skuola.net su un campione di 1.500 ragazzi e ragazze tra i 10 e i 25 anni. Il 27% afferma di incrociare contenuti estremi praticamente ogni giorno, mentre il 37% dice di farlo “molto spesso”. Solo il 9% dichiara di non esserne mai esposto.
Ma il dato più allarmante riguarda la percezione del rischio. Oltre il 70% degli intervistati ritiene che questa continua esposizione possa banalizzare o addirittura incentivare comportamenti violenti. Per il 17%, rappresenta la causa principale di certe derive, mentre per il 53% è comunque una concausa. Solo il 30% tende a minimizzare il legame tra media e aggressività.
Nei mesi scorsi Robert F. Kennedy Jr., segretario alla salute degli Stati Uniti commentò l’uso delle armi negli States dopo l’omicidio dell’attivista repubblicano Charlie Kirk con queste parole: “Ci sono molte cose che potrebbero spiegare tutto questo. Una è la dipendenza dai farmaci psichiatrici e poi potrebbero esserci collegamenti con i videogiochi e i social media”.
Fa discutere e riflettere la notizia di questo inizio 2026 relativa al governo del Messico che, senza valide motivazioni, ha rinunciato a portare avanti un provvedimento annunciato a settembre scorso. Aveva annunciato infatti di inserire all’interno del proprio Pacchetto economico 2026 una tassa dell’8% aggiuntiva su tutti i videogiochi violenti per scoraggiare il consumo di prodotti considerati dannosi per la salute fisica e mentale della popolazione. Ma la decisione non si è concretizzata
Il fenomeno di emulare la violenza che si vede in un gioco o in una serie non si limita a sottoculture spesso stigmatizzate, come quella dei “maranza”. A essere coinvolti sono migliaia di giovani, indipendentemente dall’origine o dal contesto sociale, che vivono in un ambiente mediale dove la sopraffazione è spesso spettacolarizzata, se non addirittura celebrata.
Un allarme culturale che chiama in causa famiglie, scuole, istituzioni e industrie dell’intrattenimento. Perché proteggere i più giovani non significa censurare, ma educare alla consapevolezza.





















