Viviani aveva una qualità rara: osservava da vicino. Non si limitava a descrivere la gente del popolo, lui ci viveva dentro. Da qui nasce un teatro che non indulge nel folclore, ma usa la musica, il gesto, il ritmo come strumenti analitici. È una drammaturgia che registra il reale, lo restituisce e ti costringe a guardarti allo specchio.
È all’interno di questo orizzonte che si colloca la scelta della compagnia L’Anfiteatro, impegnata da oltre vent’anni nella valorizzazione del teatro napoletano del Novecento intrecciando tradizione e ricerca contemporanea . Una missione culturale che non nasce per nostalgia, ma per urgenza. Ogni produzione è un lavoro corale sotto la direzione di Bruno Anselmi, un metodo che ricorda certi laboratori di teatro di ricerca in cui la scena non è un prodotto, ma un organismo vivo in continua trasformazione .
Negli anni la compagnia ha affinato un approccio che potremmo definire artigianale, quasi da bottega teatrale. È un modo di lavorare che privilegia la verità emotiva degli attori e la cura del dettaglio espressivo, aspetto che con Viviani non è mai un semplice abbellimento ma una chiave interpretativa fondamentale.
Nel teatro di Viviani il “guappo” è una figura ambigua, sospesa fra leadership da quartiere e miseria quotidiana. Nel testo, ambientato negli anni Venti, questo personaggio appare come un campione di virilità apparente, un duro che però si sgretola non appena si sposta il punto di vista. È un guappo di cartone, appunto, costruito più dall’immaginario collettivo che dalla sostanza. Fragile, vanitoso, contraddittorio: umanissimo in ogni sua incrinatura.
Viviani colloca tutto ciò in una cornice fatta di vicoli, musica, soprusi e piccoli sogni, un ecosistema in cui la fame, l’ironia e la sopravvivenza convivono senza mai diventare caricatura. E se questi ambienti sembrano lontani, basta ascoltare le conversazioni in un mercatino rionale per rendersi conto che quella umanità non è mai scomparsa. Si è solo aggiornata.
Il 13 e 14 dicembre, poi il 20 e 21 dicembre 2025, L’Anfiteatro porterà ‘O Guappo ‘e cartone al Teatro Santa Teresa di Napoli, in via Nicolardi ai Colli Aminei. È uno spazio che ha sempre avuto una vocazione precisa: accogliere un teatro che parla alle persone prima ancora che agli spettatori. E in questo senso il testo di Viviani è un ritorno perfettamente coerente.
La lingua napoletana, in scena, svolge il ruolo di un vero e proprio motore drammaturgico. Sostiene il ritmo, disegna le pause, amplifica l’ironia. È un codice culturale, non una scelta estetica e quando viene trattata con rigore, diventa uno strumento potentissimo per restituire la profondità dei caratteri vivianei.
Viviani aveva una sensibilità sociologica ante litteram. Le sue commedie lavorano su un equilibrio delicato fra comico e tragico, svelando in controluce la durezza delle dinamiche sociali. È un teatro che non giudica, osserva. E forse per questo continua a parlarci con una lucidità sorprendente.
Nel mondo attuale, dove la rappresentazione spesso prevale sulla sostanza, la storia del guappo di cartone suona quasi profetica. Smaschera la costruzione dell’immagine, il desiderio di riconoscimento, la fragilità che si nasconde dietro ogni posa. È un testo che dialoga con il presente più di molti prodotti contemporanei.
Viviamo in un contesto saturato da schermi, notifiche, automatismi eppure il teatro popolare continua a resistere perché offre qualcosa che nessuna tecnologia può replicare: la condivisione del respiro. È un’esperienza che riattiva la percezione, che obbliga a stare dentro una storia senza filtri algoritmici o distrazioni continue.
La compagnia L’Anfiteatro, scegliendo di riportare in scena Viviani con questa cura, contribuisce a mantenere vivo un linguaggio che rischierebbe di essere frainteso o ridotto a folclore. Ed è proprio qui che sta il suo valore più grande: riaffermare che la tradizione non è un luogo da visitare, ma un materiale da abitare.
‘O Guappo ‘e cartone è qualcosa di più di una commedia riproposta. È un invito a recuperare uno sguardo onesto sull’essere umano, un invito che Viviani rivolgeva allora e che oggi suona ancora più necessario. In un tempo in cui l’apparenza sembra aver conquistato ogni territorio, il teatro ci ricorda che la verità, spesso, si trova proprio dove la maschera si incrina.















