Scrittore, filosofo, storico e drammaturgo, François-Marie Arouet, universalmente noto come Voltaire, è stato senza dubbio uno dei giganti più prolifici e influenti dell’Illuminismo francese. La sua produzione letteraria e filosofica è monumentale, composta da migliaia di lettere, saggi, opere teatrali e racconti che hanno scosso dalle fondamenta l’Europa del Settecento.
Davanti a una simile mole di lavoro, i suoi contemporanei si chiedevano spesso dove trovasse la forza per combattere l’intolleranza, sfidare l’assolutismo e scrivere per quattordici o quindici ore al giorno. La risposta, a quanto pare, non risiedeva solo in una mente straordinariamente brillante, ma anche in una singolare quanto metodica abitudine quotidiana. Voltaire era un lavoratore instancabile e sosteneva apertamente che la sua inesauribile energia derivasse in gran parte dalla clamorosa quantità di caffè e cioccolata che consumava ogni giorno, tazzina dopo tazzina.
Secondo i resoconti dell’epoca, il filosofo era capace di bere tra le quaranta e le cinquanta tazze di caffè al giorno, spesso mescolato con il cioccolato per mitigarne l’amarezza o per potenziarne gli effetti stimolanti. Quella che per chiunque altro sarebbe stata una dose letale di caffeina, per Voltaire era il carburante essenziale per mantenere la mente lucida e la penna veloce. I suoi medici, comprensibilmente allarmati da questo regime estremo, lo avvertirono ripetutamente che quel vizio lo avrebbe portato a una morte prematura. Con la sua tipica ironia sferzante, Voltaire rispose che se il caffè era un veleno, doveva trattarsi di un veleno a lento effetto, dato che lo consumava da oltre ottant’anni. E la storia gli diede ragione, visto che si spense alla veneranda età di ottantatré anni, mantenendo un’acutezza intellettuale invidiabile fino agli ultimi giorni.
Questo legame viscerale con il caffè non era un caso isolato, ma rifletteva lo spirito stesso del Secolo dei Lumi. In quel periodo, i caffè di Parigi, come il celebre Café Procope che Voltaire frequentava assiduamente insieme ad altri intellettuali del calibro di Rousseau e Diderot, stavano diventando i veri centri nevralgici della rivoluzione culturale. Se l’alcol aveva dominato i secoli precedenti favorendo il torpore, il caffè si impose come la bevanda della ragione, della lucidità e del dibattito critico. Per Voltaire, la tazzina non era un semplice vizio, ma un rituale di lavoro imprescindibile. La miscela di caffè e cioccolata agiva come un potente catalizzatore per le sue tesi filosofiche, trasformando l’eccitazione fisica in pura chiarezza concettuale.
In un’epoca che cercava di spazzare via le tenebre dell’ignoranza con la luce della ragione, Voltaire scelse di farlo rimanendo rigorosamente sveglio, un sorso alla volta.
La sua immensa eredità culturale è dunque anche il frutto di questa instancabile iperattività, un trionfo dell’intelletto umano sostenuto da una passione liquida che ha letteralmente alimentato la storia del pensiero moderno.













