A una prima lettura potrebbe sembrare una disposizione prevalentemente tecnica. In realtà, dietro queste parole si nasconde una delle intuizioni più lungimiranti dell’Assemblea Costituente. I Padri e le Madri costituenti riuscirono infatti a conciliare due esigenze che, almeno in apparenza, avrebbero potuto entrare in conflitto: preservare l’unità dello Stato e, allo stesso tempo, riconoscere il valore delle autonomie territoriali.
Per comprenderne la portata occorre ricordare il contesto storico nel quale nacque la Costituzione Italiana. L’Italia usciva dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, dall’esperienza della dittatura fascista e da profonde lacerazioni sociali e politiche. In quella fase storica, affermare che la Repubblica fosse “una e indivisibile” non rappresentava una semplice dichiarazione di principio, ma una precisa scelta politica e costituzionale.
L’unità nazionale veniva considerata un bene da preservare e consolidare. Non a caso la formula è stata inserita tra i Principi Fondamentali, la parte più identitaria della Carta, quella che definisce la natura stessa della Repubblica.
Attenzione, però. Sarebbe un errore interpretare questa norma come una difesa di un modello rigidamente centralista.
L’Articolo 5 compie immediatamente un passo ulteriore e riconosce il ruolo delle autonomie locali. È proprio qui che emerge la straordinaria modernità della disposizione costituzionale.
I Costituenti avevano ben presente una realtà che ancora oggi caratterizza il nostro Paese: l’Italia è una nazione unitaria, ma profondamente articolata, fatta di territori con tradizioni, esigenze economiche, caratteristiche geografiche e identità culturali differenti. Governare il Paese esclusivamente dal centro avrebbe significato ignorare questa complessità.
Per questo motivo la Costituzione promuove le autonomie locali e il decentramento amministrativo. In altre parole, riconosce che molte decisioni possono essere assunte in maniera più efficace da istituzioni vicine ai cittadini, capaci di comprendere meglio le necessità delle comunità che rappresentano.
È un principio che oggi consideriamo quasi naturale, ma che nel 1948 rappresentava una significativa innovazione rispetto alla tradizione fortemente accentratrice dello Stato italiano.
La vera forza dell’Articolo 5 risiede proprio nell’equilibrio. Da una parte impedisce qualsiasi ipotesi di frammentazione della Repubblica; dall’altra evita che il potere venga concentrato esclusivamente nelle strutture centrali dello Stato.
In questo senso il decentramento amministrativo non costituisce un’alternativa all’unità nazionale, ma uno strumento per rafforzarla.
Un cittadino che percepisce istituzioni efficienti, vicine e capaci di rispondere ai bisogni del territorio tende infatti a sviluppare un rapporto più solido con lo Stato nel suo complesso. È un concetto che può sembrare astratto, ma trova applicazione concreta nella gestione dei servizi pubblici, nella pianificazione territoriale, nei trasporti, nella protezione civile e nella sanità.
Non sorprende quindi che l’Articolo 5 sia tornato più volte al centro del dibattito politico negli ultimi decenni.
La riforma del Titolo V della Costituzione, approvata nel 2001, ha ampliato le competenze regionali e ridefinito il rapporto tra Stato e autonomie territoriali. Più recentemente, il confronto sull’autonomia differenziata ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica una domanda fondamentale: fino a che punto è possibile aumentare l’autogoverno dei territori senza compromettere la coesione nazionale?
Si tratta di una questione complessa che non può essere affrontata con slogan o semplificazioni. Da un lato esiste l’esigenza di valorizzare le peculiarità territoriali e migliorare l’efficienza amministrativa. Dall’altro permane la necessità di garantire a tutti i cittadini pari diritti e servizi essenziali, indipendentemente dalla regione in cui vivono.
È proprio in questo delicato equilibrio che continua a manifestarsi l’attualità dell’Articolo 5.
Personalmente ritengo che la straordinaria attualità della Costituzione risieda anche nella capacità dei suoi principi di orientare il dibattito pubblico senza fornire soluzioni rigide o immutabili. I Costituenti non immaginarono uno Stato immobile, ma una Repubblica capace di adattarsi ai cambiamenti della società mantenendo saldi i propri valori fondamentali. L’Articolo 5 ne rappresenta un esempio emblematico.
A oltre settant’anni dall’entrata in vigore della Carta Costituzionale, continua infatti a indicare una direzione chiara: costruire un Paese unito senza essere uniformato, valorizzare le differenze senza trasformarle in divisioni, avvicinare le istituzioni ai cittadini senza indebolire il senso di appartenenza a una comunità nazionale condivisa.
Una sfida che nel 1948 appariva decisiva e che, osservando il dibattito pubblico contemporaneo, continua a esserlo ancora oggi.












