Sono fermamente convinta che il turista che sceglie di viaggiare in Asia, il 99% delle volte, sia un turista differente da quello che decide di trascorrere le sue vacanze estive alle isole Canarie o in Grecia. Il turista che viaggia in Asia e, ancora di più, nelle isole meno battute dell’Indonesia, è un turista che compie consapevolmente la scelta di abbracciare l’avventura, la fatica, le sfide, l’adrenalina. Lui sa di star facendo tutto ciò che ‘’vacanza’’ per molti non è.
Non lo definirei un turista, nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto un viaggiatore. Arriva come un pennello carico di colore e si poggia sulla sua destinazione come su un foglio ad acquarello: per qualche istante resta un puntino colorato ma poi in fretta si mescola con le altre tinte, si lascia diluire, si fonde fino a diventare parte di un quadro, un ecosistema più grande. Ed è tutto ciò a cui lui aspira: confondersi con quella realtà. Diventarne tutt’uno. Noi viaggiatori aspettiamo tutto l’anno quell’esatto momento per sfoderare il nostro spirito di adattamento, per dimenticarci con nonchalance la vita occidentale, per cercare spontaneamente la sfida, le difficoltà, la vita come era alle origini.
Parlando con chi mi sta attorno, spesso vengo giudicata una sprovveduta, una matta, le osservazioni si ripetono come un eco: ’’Sole tu non ti riposi mai, vero?’’, ’’Questa per te è vacanza?’’, ‘’Un anno intero a lavorare per poi…?’’
Ma io credo che in realtà ci sia un qualcosa che accomuna me e questi altri viaggiatori, qualcosa nascosto dentro di noi che ci spinge a voler tornare alle origini. Assuefatti dalla routine occidentale, in un mondo così artefatto, in cui il benessere che ci circonda è così scontato, ritrovarsi nella situazione in cui ti basta un piatto di riso caldo davanti a un tramonto rosso fuoco in mezzo alla natura più verde, diviene esattamente tutto ciò a cui aspiriamo.
Io la definirei una ricerca verso tutto ciò che esiste di più simile alla verità, alla semplicità e alla pace.
Questa premessa era importante per potervi raccontare cosa è successo quando abbiamo dovuto attraversare Sumatra intera per raggiungere la parte occidentale e ci si è posto davanti la scelta di come farlo. Due opzioni sul piatto della bilancia: prendere l’aereo di circa 1h da Medan a Padang o prendere un bus notturno che sarebbe partito alle 20 di sera e arrivato per pranzo del giorno dopo.
Il volo o il bus? La prima: l’opzione facile, più costosa, ma sicura, tranquilla, forse anche un po’ troppo. La seconda: l’opzione più avventurosa, più eccitante, un po’ azzardata ma meno cara e anche più accattivante. Che facciamo? Vada per la seconda!
Quando lasciamo lo scooter e lo riconsegniamo ai ragazzi che ce lo avevano affittato, camminiamo qualche chilometro con gli zaini sotto al sole rovente, alla ricerca di un ristorante in cui pranzare. Alla fine troviamo questo spiazzo con tanti tavolini, e tutto intorno stand gastronomici. La situazione ci piace e decidiamo di sederci. Perdo circa 20 minuti per cercare di spiegare alla ragazza che ci serve al tavolo che non posso mangiare glutine. Le chiedo un consiglio sul piatto da ordinare e alla fine opto per il mio ‘’piatto sicuro’’ ovvero omelette e riso. Provo anche il loro tipico tè ai funghi (molto molto buono devo dire) e un dolce dai colori scintillanti alla banana e latte di cocco, quest’ultimo forse da non ripetere. Il posto è affollato, c’è chi pranza in famiglia, chi lavora al pc, chi è con amici. Tutti local, come quasi sempre. Due uomini seduti a qualche tavolo di distanza insistono per offrirmi il loro piatto, delle banane fritte, tipiche qui. Ne prendo un paio, ringrazio e sorrido. Ancora una volta questo popolo si dimostra gentile e accogliente.
Una volta terminata la nostra pausa pranzo ci viene a prendere un camioncino che, secondo ciò che avevamo previsto, ci avrebbe dovuto portare alla fermata del bus diretto a Padang, o più precisamente Bukittiniggi, una città in collina. Ma accade qualcosa di imprevisto. Dopo pochi chilometri arriviamo nel luogo indicato e li la sorpresa: non c’è nessun bus ad attenderci.
In breve scopriamo che il ‘’bus’’ che avevamo prenotato non era altro che quel camioncino malandato, con i sedili rotti, nessuna cintura di sicurezza e alla guida due individui che non
ispiravano tanta fiducia. Se quelle dovevano essere le condizioni di viaggio, non avevamo molte alterative se non adeguarci. Cos’altro potevamo fare? avevamo già pagato 30 euro e non sapevamo a chi rivolgerci per trovare una soluzione più “sicura”, sempre ammesso che esistesse.
Arrivano le otto di sera, il camioncino continua a riempirsi e di partire non se ne parla. L’aria si fa più pesante, lo spazio sempre più stretto ma solo in quel momento ci rendiamo conto che il vero viaggio, difficoltà annesse, stava solo appena iniziando…









